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   numero di 20/03/2019
Finanza e investimenti

Il peso della politica sui mercati
Tobagi (Invesco): se consideriamo "nuova normalità" un contesto culturale con ampie e veloci oscillazioni da una posizione estremamente polarizzata ad un'altra, perché stupirci della volatilità?

Ho sempre pensato che raramente la politica potesse incidere in modo duraturo sull'andamento dei mercati. Ma i cambiamenti in atto nel modo di pensare possono influenzare anche gli investitori.
Fra le ragioni per cui il 2018 è stato inusuale possiamo annoverare quelle legate all'evoluzione dello scenario politico. In pochi mesi si sono verificati in serie eventi che a molti apparivano poco verosimili. Basti pensare alla Brexit, alla situazione italiana, alle proteste in Francia, allo scoppio della guerra commerciale USA-Cina. Spesso ci siamo sorpresi per situazioni che seguendo un approccio di buon senso, razionale ed equilibrato, non ci saremmo aspettati.
La prima lezione è che non avremmo dovuto stupirci.
Dal 2016, in avanti, con Brexit e l'elezione di Trump, lo scenario politico è cambiato. In realtà, non credo si sia trattato solo della politica, bensì di un cambiamento più ampio del modo di pensare e affrontare il dibattito pubblico in tutti i campi, incluse scienza ed economia. La politica è un caso a cui si presta forse una maggiore attenzione.
Gli interessi che gli elettori hanno chiesto ai loro rappresentanti di tutelare e la struttura di incentivi della politica sono cambiati e la direzione di questo cambiamento porta lontano da una logica di compromesso. L'annuncio dell'obiettivo e del risultato è stato più importante del modo di raggiungerli. La costruzione del consenso si è basata sulla capacità di intercettare bisogni ritenuti poco ascoltati dagli elettori, dando loro voce, e non sulla necessità di fornire informazioni dettagliate sul come soddisfarli. Le proposte politiche (così come le posizioni del dibattito pubblico in molti campi) hanno avuto tre caratteristiche:
- una costante polarizzazione: tutto deve essere "o bianco o nero";
- una estrema semplificazione: per essere facili da capire, distinguere, ricordare;
- una volontà di mostrarsi inflessibili a compromessi rispetto alle esigenze del proprio pubblico di riferimento,
e quindi forse chiusi all'ascolto delle posizioni degli altri.
L'elettorato ha premiato questo tipo di approccio, che punta a risultati visibili e roboanti, o almeno al loro annuncio, rispetto alla mediazione e alla possibilità di conseguire obiettivi meno ambiziosi e altisonanti, ma forse con maggiori possibilità di essere realizzabili in pratica. A questa mutata struttura di incentivi nella competizione politica, il mondo dell'economia e dei mercati ha generalmente faticato ad adattarsi, e lo ha fatto con lentezza e dubbi. Eppure, se osservati attraverso la lente della struttura di incentivi di chi vuole massimizzare il consenso di breve periodo, i comportamenti messi in atto sono stati razionali e ciò che è accaduto ne è stata la logica conseguenza.
La seconda lezione deriva dalla prima.
Chi scrive ha sempre sostenuto che la politica difficilmente può avere un impatto duraturo sui mercati finanziari, a meno che non incida profondamente sul sottostante economico.
Il 2018, con il suo marcato riprezzamento dei rischi e della loro percezione, impone una riflessione sull'influenza che la politica ha avuto sul modo di pensare. Il contesto è cambiato molto: stiamo attraversando una fase storica in cui dichiarazioni molto fortemente caratterizzate e polarizzate contano più del percorso che serve per raggiungere l'obiettivo. Ciò fa sì che non sia molto sentita l'urgenza di fornire dettagli, che anzi spesso non sono neppure richiesti in modo sistematico.
Ho la sensazione che questo tipo di contesto non sia favorevole ai mercati. Non tanto al loro andamento, quanto al loro funzionamento.
Dopo tutto, i mercati fanno due cose: elaborano le informazioni disponibili su ciò che rappresenta il loro oggetto di analisi e di negoziazione, e in base ad esse cercano di trovare un equilibrio tra domanda e offerta tramite il meccanismo della formazione dei prezzi. La contrattazione che porta alla determinazione dei prezzi di equilibrio è essa stessa un compromesso: il venditore accetta un prezzo minore rispetto a quello a cui avrebbe aspirato, ma che ritiene comunque accettabile, il compratore fa lo stesso dall'altro lato, acquistando a un prezzo superiore a quello che sarebbe stato il suo obiettivo ideale.

Mi riesce difficile pensare a come i mercati possano funzionare bene in un ambiente in cui le informazioni, ad esempio legate a riforme o a manovre di politica economica, sono vaghe e scarse, e in cui il compromesso viene rifiutato come una sconfitta, perché l'importante è mantenere le proprie posizioni sempre polarizzate, caratterizzate in modo netto.
Questo ci porta nel 2019 con una domanda da tenere a mente. Se consideriamo "nuova normalità" un contesto culturale con ampie e veloci oscillazioni da una posizione estremamente polarizzata ad un'altra, perché dovremmo essere stupiti se la dinamica dei prezzi di mercato è volatile e segue, sia pure in misura più contenuta, modalità analoghe?
La risposta a questo tipo di difficoltà, a mio parere, non può che essere un lavoro più accurato di raccolta e analisi dei dati e di controllo dei fatti.

Luca Tobagi, CFA Investment Strategist Invesco



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