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   numero di 30/01/2019
Leisure

Punto e a capo. Il riconoscimento dei volti diventerà un problema
Non si assopisce la polemica su #10yearschallenge, ma il problema è la privacy

Il riconoscimento dei volti è una realtà in molte applicazioni business già oggi, non nel futuro.
Non è necessario scomodare nemmeno i cellulari che si sbloccano con il volto e nemmeno i computer dotati di Windows Hello per capire che la biometria è ormai una realtà.
Il volto, inoltre, è molto più rapido e decisamente meno invasivo dell'impronta digitale e per questo è preferibile in molte applicazioni business.
Delta Airlines userà il riconoscimento facciale nelle operazioni di imbarco all'aeroporto di Atlanta, con un risparmio di tempo per gli operatori di 2 secondi a viaggiatore di media, 200 secondi ad aereo, in pratica tre minuti. Niente, tanto? Non importa.
Altre aziende si stanno muovendo e proprio Atlanta potrebbe diventare un importante snodo, visto che sempre lì Hertz ha deciso di iniziare la sperimentazione.
Il problema non è in relazione all'uso, ma riguarda la privacy.
Questa settimana è stata trovata sul dark web una collezione con milioni di dati sensibili, userid, mail e password da far rabbrividire i paladini della sicurezza sul web, cosa potrà accadere se anche i dati biometrici cadranno nelle mani sbagliate?
Qualche retailer ha iniziato il test, qualcuno anche nei negozi del quadrilatero della moda milanese. Anzi, proprio in qualche negozi si utilizzano telecamere per capire, ci si augura sempre in modo anonimo, se un cliente è felice o no.
Il vantaggio del riconoscimento facciale è che funziona a distanza, altri sistemi biometrici richiedono la prossimità, e alcune librerie presso i servizi cloud sono utilizzabili a prezzi bassissimi.
Alcune ricerche dicono che oltre la metà dei cittadini statunitensi ha i dati del proprio viso registrati in qualche data base. Per capire la portata delle informazioni raccolte, le immagini dei passaporti a disposizione dell'FBI sono molto meno!
Gli algoritmi nel frattempo migliorano la percentuale di successo del riconoscimento e l'uso costa sempre meno, tanto che in qualche punto vendita a Londra è stato creato un algoritmo allo scopo di bloccare alcuni clienti che sono stati in passato sorpresi a borseggiare o rubare in qui negozi.
Legalmente sembrerebbe tutto possibile, ma è chiaro che la privacy vacilla e, non solo, la possibile discriminazione è dietro l'angolo, soprattutto se i data base possono essere rubati o compromessi. Nello scenario peggiore, questi dati potrebbero essere tranquillamente venduti, come in vendita si trovano molti dati raccolti sulle abitudini degli utenti.
Anche negli USA non c'è una legge che regolamenti il tutto, solo nello stato dell'Illinois esiste qualcosa che informi gli utenti e ne regolamenti l'uso, il Biometric Information Privacy Act, ma è un caso isolato.

L'Europa, per il momento, resta alla finestra, nascondendosi dietro il paravento del GDPR.
Nel frattempo, circolano in rete le foto degli utenti che partecipano al gioco social #10yearschallenge, mostrando due selfie a dieci anni di distanza. Qualcuno sostiene che sia una mossa per raffinare il riconoscimento facciale. In realtà, i social hanno le immagini per fare tutti i test che vogliono. Da quando le postate. Non ci credete? Inseriscono dei tag in ogni immagine che pubblicate. Fate una prova con Facebook, resterete sbalorditi (bisogna vedere il file sorgente).


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