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   numero di 14/11/2018
Cover story

Lanza (Prometeia): le sfide del manifatturiero per il 2019-20

Tra investimenti in materiali e immateriali, margini e redditività in recupero, l'Italia ha ancora molto da fare in termini di recupero di competitività

Il settore manifatturiero italiano chiuderà il 2018 con un fatturato in aumento dell'1.7% a prezzi costanti, in rallentamento rispetto al +2.8% del 2017, a causa della maggiore incertezza sul piano internazionale ed interno, che continuerà a condizionarne la crescita anche nel prossimo biennio (+1.6% media annua nel 2019-20). La capacità di resilienza del manifatturiero deriva anche dal recente progresso sul fronte degli investimenti immateriali, nonostante permanga ancora un gap dell'Italia nei confronti dei partner europei. La buona competitività sui mercati internazionali si confermerà nei prossimi anni e si rifletterà in un ulteriore incremento del saldo commerciale, atteso sfiorare i 98 miliardi di euro nel 2020, al netto delle materie prime e dei prodotti petroliferi.
Questi sono alcuni dei dati che emergono dal "Rapporto Analisi dei Settori Industriali - ottobre 2018", stilato da Promeieia e presentato con Intesa Sanpaolo. Ne abbiamo parlato con Alessandra Lanza, Partner Prometeia.

Manifatturiero: a che punto siamo?

Alla fine di quest'anno il comparto si trova in una posizione assolutamente risanata, all'interno di un percorso di crescita decisamente positivo. Abbiamo la redditività che ha recuperato i livelli precrisi; abbiamo gli investimenti che sono tornati a crescere con un ciclo positivo e che danno ritorni in termini di marginalità alle aziende che investono. Abbiamo un ottimo posizionamento sui mercati internazionali. Ci affacciamo sicuramente su nuove sfide dal punto di vista dell'economia globale.

Nel rapporto avete analizzato gli investimenti materiali e immateriali.

Hanno un ruolo fondamentale per mantenere e accrescere competitività sui mercati internazionali. La componente di quelli materiali è partita prima, con un ciclo di rinnovo dove soprattutto la crisi aveva lasciato macchinari che avevano un'età media troppo elevata. Si è approfittato in modo positivo delle leggi di incentivazione. Il ciclo è quindi partito prima ed è ancora in corso, ed ha portato grandissimi benefici alle nostre imprese.
Contemporaneamente si sono affermati in misura sempre crescente gli investimenti immateriali, che sono quelli che oggi fanno la differenza sui mercati internazionali. Come a dire: il materiale è una condizione necessaria ma non sufficiente, l'immateriale diventa ciò che fa realmente la differenza. Siamo su un cammino assolutamente positivo ma non è ancora sufficiente: abbiamo un gap da recuperare con i partner europei che è importante, e bisogna continuare ad accelerare in questa direzione.

Ma cosa sono gli investimenti immateriali?

Sono tutti quegli investimenti che hanno a che fare con capitoli di conoscenza. Conoscenza in senso allargato. Io direi che in primis si parte dalla conoscenza della forza lavoro. Avere una forza lavoro con titoli elevati, specializzazioni che investe o ha investito nel proprio percorso di formazione sui cosiddetti STEM, quindi le materie scientifiche e tecnologiche, è ciò che oggi fa veramente la differenza. Gli esempi sono banali e vanno dai big data al machine learning, alle tecnologie IoT, che sono quelle che tutte le imprese dovranno garantirsi di poter utilizzare per competere in una sfida globale. Il capitale umano è quindi la prima cosa.
La seconda cosa è tutto ciò che viene "a valle" del capitale umano. Quindi tutte le certificazioni, di qualità, ambientali, i marchi, il fare branding di sé stessi. Questo non è soltanto possedere un marchio, ma curarne l'identità e molto altro. Frequentemente, abbiamo ancora una percezione forse un po' zoppicante di quanto sia importante per riuscire ad affermarsi sui mercati internazionali. A questi si aggiungono i brevetti e la difesa della proprietà intellettuale, che forse è il prodotto che viene primo che viene dal capitale umano che ha grande conoscenza. Anche questo è un tema importante che spesso viene poco valorizzato all'interno delle nostre imprese.

Avete analizzato 10 anni di investimenti aziendali: che risultati sono stati ottenuti?

Chi ha investito ha guadagnato in termini di ritorni sul capitale investito. Chi ha investito e consolidato la propria posizione sui mercati internazionali, quindi ha esportato e l'ha fatto con successo, ha avuto un valore aggiunto per addetto di 25mila euro superiore a chi non l'ha fatto. Sono cifre considerevoli in un mercato italiano che normalmente ha ritorni più bassi dai propri investimenti ed esportazioni.
Quindi, certamente raccogliamo i frutti, ma non è ancora abbastanza. Dobbiamo assolutamente proseguire in questa fase per fare in modo di arrivare al livello dei nostri partner commerciali, e magari farci vincere qualche podio in più.

Prospettive del manifatturiero italiano per il 2019 nell'ambito della crescita globale.

Sono prospettive sfidanti. Ancora certamente in crescita, ma che rallenta rispetto agli anni precedenti, perché c'è un contesto globale più sfidante, soprattutto dal punto di vista del benessere dell'economia globale.
Abbiamo gli Stati Uniti che probabilmente sono arrivati al ciclo della crescita. La Cina che è alle prese con un rallentamento anche fisiologico, che se guidato e continua così è un rallentamento che va a beneficio dell'economia globale. Il rischio per il Paese è di non riuscire a guidare un rallentamento fisiologico ma di crollare in modo repentino, un fattore che io vedo molto basso, ma esiste. E poi ci sono i Mercati Emergenti in grandissima difficoltà. Abbiamo visto l'Argentina e la Turchia che hanno subìto svalutazioni pesantissime e conseguenti incrementi dei tassi di interesse. E i mercati, come reazione, tendono a chiudersi, con uno scacchiere geopolitico globale che è sempre più complicato e sempre meno multilaterale.

Si sta ridisegnando - e forse questa è la sfida più grande - la mappa del potere a livello globale, con assi di alleanze che si modificano profondamente e non hanno più una geometria costante. Mettono quindi le imprese che devono operare sui mercati internazionali in una condizione di maggiore incertezza.

Quali sono i settori che sono stati più performanti e quelli che lo saranno in futuro?

I settori che più performanti e che lo saranno in futuro sono stati precisamente quelli che hanno investito in beni materiali e immateriali, che hanno fatto innovazione. Quindi tutti i settori legati alla tecnologia, che vanno dalla meccanica a tutta la sua filiera, con l'automotive e l'aerospazio, e la farmaceutica (che ha quasi sempre il podio tra tutti questi settori).
Ma anche settori a valle, comparti che hanno ancora spazio di crescita, perché loro stessi beneficeranno degli investimenti immateriali, e sono i settori più tradizionali del Made in Italy. Però, avendo di fronte un contesto globale molto più sfidante, è importante e direi imprescindibile, perseguire la strada dell'investimento negli immateriali, che è ancora solo all'inizio.

Un outlook sui margini e redditività.

Margini e redditività sono in un recupero brillantissimo rispetto al pre-crisi. Abbiamo recuperato su tutte le classi dimensionali. Quello che ci immaginiamo per i prossimi due anni è un consolidamento e una tenuta su livelli di tutto rispetto. Quindi, sostanzialmente una comfort zone.



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