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   numero di 26/09/2018
Idee e opinioni

Bonadio: le nuove regole europee possano minacciare l'ironia dei meme e la cultura contemporanea?
Il Parlamento Europeo ha approvato una legge sul copyright che ha delle pieghe da scoprire

Nuove norme incisive per la tutela del diritto d'autore, novità sulle direttive delle royalties. Ne abbiamo parlato con Enrico Bonadio, docente di Diritto della Proprietà Intellettuale alla City University of London, per capire che cosa significa, nella realtà dei fatti, questo cambiamento e comprenderne i passi futuri.

Cosa l'ha sorpresa maggiormente in questa legge in via di approvazione al Parlamento Europeo sul copyright, e l'uso in generale, di contenuti su internet?

La cosa che più mi sorprende è che i provider devono utilizzare dei filtri tecnologici per bloccare i contenuti che non sono conformi al diritto d'autore. In pratica, Facebook e tutti i social in generale, dovrebbero filtrare, quindi "leggere" i contenuti non solo per chi pubblica un'opera integralmente, ma anche per chi la riarrangia e la rimixa. Anzi, ci si spinge anche sui meme, per definire come contrastarne la diffusione nel caso in cui vengano violati dei diritti.
Ci sono molto oppositori illustri a questo esercizio del legislatore, tra cui anche il creatore di Wikipedia che tutto sommato è esentato dalla legge stessa, ma è chiaro che ci sono delle questioni irrisolte. Da un lato abbiamo le star della musica internazionale e le major che vogliono impedire la diffusione del far west di internet; dall'altro lato i fautori della libertà di espressione. In mezzo, la possibilità di poter fare esercizio di impresa, perché oberati da costi e dalla pressione di dover verificare ogni contenuto singolarmente.

In pratica verrebbero bloccati dei comportamenti che sono del tutto ritenuti normali attualmente, corretto?

Oggi è possibile condividere una canzone da YouTube sui social. In futuro YouTube, ma in parte lo fa già, dovrà verificare i diritti per la pubblicazione. Ma dovrà distinguere tra un uso a fine commerciale o, per esempio, a titolo di ricerca o giornalistico. Come si può bloccare un uso professionale o di ricerca di un contenuto? Come farà a comprendere qual è l'uso finale di un contenuto in modo automatico? É vero che c'è il machine learning che si evolve, ma è pensabile delegare questo filtraggio a un computer? E a quali costi?

Ma se parliamo di copyright, è evidente che chi crea qualcosa debba poter essere tutelato: ma cosa potrebbe accadere?

Innanzitutto sarebbe necessario allargare le maglie di questi filtri aprendo a diversi usi leciti. Il Parlamento Europeo ha menzionato i meme e ha deciso di disciplinarli, poi ci sono i diritti sulle immagini, sulle musiche, sui caratteri e via di seguito. Il meme su internet è una chiara specificazione della libertà di espressione. Questi filtri potrebbero colpirli, ma è evidente che non hanno assolutamente attività commerciale, potrebbero essere considerati come una violazione dei diritti morali, previsti dalla legge sul copyright per il rispetto dell'integrità dell'opera. Ci sono dei limiti.

Quali saranno i passi fondamentali?

Ci sarà un'altra lettura in Parlamento e poi bisognerà capire come verranno recepite queste regole dai legislatori nazionali e soprattutto come i giudici la applicheranno nei casi concreti.

Abbiamo ancora qualche anno davanti per preoccuparci, giusto?

Sì, abbiamo ancora qualche anno, però immaginiamo che ci saranno accordi tra le grandi etichette e le grandi piattaforme, trasformando quest'ultime in poliziotti alla caccia di contenuti illeciti. Dovremmo, secondo me, andare a sindacare questo accordo tra i titolari dei diritti e le piattaforme se l'obbligo è troppo pressante oppure no, e come questo controllo viene esercitato nei confronti dell'utente. Ho un po' di dubbi perché in alcuni casi precedenti, la Corte di Giustizia Europea ha bacchettato questi sistemi di filtraggio. Lo ha fatto nel caso "Scarlet" di qualche anno fa, quando questo service provider belga fu costretto ad approntare un sistema di filtraggio molto ampio- La corte disse che non si poteva fare perché si andavano a ledere tre diritti fondamentali: il diritto di libertà di espressione, il diritto alla privacy, visto che bisognava individuare la persona che aveva infranto il diritto d'autore. Il terzo diritto era quello di svolgere un'attività di business per queste piattaforme. Se il filtro è costoso, perché il costo deve ricadere sui service provider? Facebook può avere mezzi per farlo, altre piattaforme probabilmente no. C'è stato poi il caso "Svensson" sui deep linking di contenuti già presenti in rete, quindi una serie di sentenze che hanno fatto giurisprudenza. Il Parlamento Europeo, con questa direttiva, sembra andare un po' in controtendenza.


E perché, secondo lei?

Perché la lobby si è fatta sentire molto, nonostante il fatto che la lobby dei consumatori sia molto forte. Vedremo come si completerà questo iter legislativo in seno alle istituzioni europee e, soprattutto, come verrà recepita nei vari ordinamenti nazionali e intepretata dai giudici.



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