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   numero di 20/06/2018
Finanza e investimenti

Conflitti per la distribuzione delle risorse
Naumer (AllianzGI): lo scenario di reflazione resta valido, a vantaggio degli asset reali come le azioni. Ma occorrerà fare i conti con la volatilità

Le lotte per la spartizione delle risorse sono i motori interni della politica nazionale e internazionale, come ci hanno ricordato anche gli eventi delle ultime settimane. Talvolta si manifestano sotto forma di guerre commerciali e indebitamento.
Guerre commerciali: "America first" sta entrando in nella fase successiva, e mentre le tensioni sino-americane sembrano allentarsi, l'attenzione si sposta sugli scambi fra Stati Uniti ed Europa. Al contempo, il Medio Oriente e l'accordo sul nucleare che coinvolge USA e Iran passano in primo piano.
Indebitamento: il debito governativo dell'Italia ammonta a circa il 132% del PIL, ma fra le priorità di un nuovo governo potrebbe non esserci quella di ricondurre il debito entro il limite superiore (60% del PIL) del range previsto dal trattato di Maastricht. La Banca Centrale Europea (BCE) detiene circa 342 miliardi di titoli di debito italiani e potrebbe non restare indifferente alla situazione. Una svolta politica in direzione di un maggiore indebitamento comprometterebbe rapidamente i risultati raggiunti, fra cui l'aumento della produttività, e potrebbe far salire il costo del debito in conseguenza dell'ampliamento degli spread sui titoli governativi italiani, a maggior ragione in un momento in cui stanno aumentando i timori di una "Italexit" (l'uscita dell'Italia dall'Eurozona, che in base agli accordi contrattuali non può prescindere dall'abbandono dell'Unione Europea).
Eppure, il saldo primario (il saldo delle spese esclusi interessi sul debito statale e relativi costi di estinzione) è positivo e si attesta in prossimità del 2%. Ciononostante, attualmente il costo del debito pubblico rappresenta già il 3,5-4% del PIL e gli interessi passivi medi impliciti ammontano al 2,9%.
A questo quadro già complesso si aggiunge l'impennata del prezzo del petrolio di circa il 60% rispetto al valore di due anni fa, vale a dire oltre il doppio rispetto a inizio 2016. In passato, aumenti dei prezzi di una simile portata, se riconducibili principalmente a uno shock dell'offerta, causavano una recessione nel giro di massimo un anno. Se invece il rincaro del petrolio si poteva spiegare con una domanda elevata, in due casi su tre non si arrivava a una recessione. Ecco perché anche oggi tale aumento potrebbe non preludere a una recessione. Infatti, la congiuntura mondiale si conferma solida, al di là di qualche sporadico segnale di affaticamento.

Lo scenario di reflazione resta quindi valido, a vantaggio degli asset reali e quindi delle azioni. Tuttavia, occorrerà fare i conti con la volatilità, legata in particolare alle questioni geopolitiche. La storia dell'umanità è una storia di lotte per la spartizione delle risorse, e sarà così anche in futuro.

Hans-Jörg Naumer Global Head of Capital Markets & Thematic Research, Allianz Global Investors



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