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   numero di 25/04/2018
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De Felice e Guelpa (Intesa Sanpaolo): distretti protagonisti della ripresa

Tra il 2008 e il 2017 hanno registrato una crescita pari al 13%, a fronte del +8,7% delle aree non distrettuali. Per il 2018-19 si prospetta un'accelerazione del fatturato, trainato dai mercati esteri

Nel biennio 2016-17 i distretti industriali hanno ottenuto buoni risultati: la crescita cumulata del fatturato è stata pari al +4,6%, mentre l'EBITDA margin, in seguito alla debolezza dei prezzi, si è stabilizzato a un livello del 7,6%. È quanto emerge dalla decima edizione del Rapporto annuale che la Direzione Studi e Ricerche di Intesa Sanpaolo dedica all'evoluzione economica e finanziaria delle imprese distrettuali.
Complessivamente nei distretti la crescita del fatturato tra il 2008 e il 2017 è stata pari al 13%, a fronte del +8,7% delle aree non distrettuali. Anche i margini unitari sono ormai su livelli superiori a quelli pre-crisi. Al contrario, al di fuori dei distretti il divario è ancora significativo.
Sul territorio italiano sono molte le aree di eccellenza distrettuale. Ordinando i distretti industriali oggetto dell'analisi per performance di crescita e reddituale, è possibile ricavare una classifica dei 20 distretti migliori. Ai primi tre posti di questa classifica, e tra loro molto vicini, ci sono l'Occhialeria di Belluno, la Gomma del Sebino bergamasco e il Prosecco di Conegliano-Valdobbiadene.
Per i distretti la presenza di nuovi attori altamente dinamici e di esternalità positive rappresenteranno fattori di competitività importanti per i distretti industriali. Nel biennio 2018-19 è prevista un'accelerazione della crescita (+5,8% cumulato), trainata nuovamente dai mercati esteri, in presenza di una domanda interna che rimane sostenuta, con un maggior ruolo per i beni di investimento. In particolare, un contributo importante potrà venire dalla filiera metalmeccanica, sulla spinta degli investimenti in macchinari, a loro volta supportati dalle misure di incentivazione previste nel Piano Industria 4.0.
Nel biennio 2018-19 vi sarà poi spazio per un rafforzamento dei margini unitari (diffuso a tutti i settori distrettuali). Il processo sarà, tuttavia, lento e graduale, frenato dalle elevate pressioni competitive presenti sui mercati internazionali.
Per approfondire, ne abbiamo parlato con Gregorio De Felice (Chief Economist) e Fabrizio Guelpa (Responsabile della Ricerca Industry & Banking) di Intesa Sanpaolo.

Perchè i distretti sono sempre un punto di forza dell'economia italiana?

GDF: Perché le imprese distrettuali riescono a trovare nei territori in cui operano grandi capacità, forti competenze e - negli anni più recenti - la capacità di innovare e puntare sulla qualità, che è un tratto saliente della nostra industria. Noi abbiamo un comparto manifatturiero molto frammentato, nel senso che le imprese sono spesso piccole, ma siamo capaci come Italia di essere presenti su una miriade di prodotti, molto più di altri Paesi industrializzati come, per esempio, la Germania.
Il distretto consente di mettere a fattor comune queste conoscenze. Abbiamo visto, per esempio, il distretto dell'occhialeria di Belluno, che quest'anno ha vinto il nostro Oscar, che ha mostrato come nel suo territorio siano presenti centri di ricerca applicata funzionali a quella che è la realtà produttiva del luogo.

Quanto conta far parte di un distretto per l'export?

GDF: Le esportazioni sono un tratto comune delle aziende italiane: siamo su quote molto elevate e vediamo il risultato finale in un avanzo commerciale del manifatturiero italiano che ormai è vicino ai 100 miliardi di euro ogni anno. Le imprese distrettuali danno un fortissimo contributo a questo, più ancora di quelle non distrettuali, poiché l'orientamento, la politica commerciale, il desiderio di internalizzazione è un loro fattore caratteristico da sempre, che però si è rafforzato negli ultimi 5-6 anni.

Perché la finanza è così poco aperta alle imprese dei distretti?

FG: É una tradizione del nostro Paese. Le imprese sono piccole e quelle medio-grandi sono poco propense ad aprirsi al mercato. In questo momento è assolutamente una necessità il cambiare mentalità. Le principali ragioni sono tre:
Il contesto industriale è diventato molto più complesso. Si esporta molto di più, ci sono innovazioni tecnologiche, ci sono competitor da altri mercati che entrano nel nostro. Il contesto industriale è quindi rischioso e a fronte di un maggior rischio potrebbe essere importante ridurre il rischio finanziario. Questo si riduce avendo più "equity", in particolare, ricorrendo al mercato poiché le famiglie più di tanto non possono dare. E anche sul fronte del debito sarebbe ottimale avere più fonti di mercato, quindi bond rispetto al classico credito bancario. Questo credo che sia la prima ragione.
La seconda è che il nostro Paese ha la necessità di far crescere la dimensione media delle aziende. Non tanto perché essere grandi sia in sé positivo, ma perché le imprese grandi hanno la capacità di trascinare tutta la filiera di imprese piccole sul territorio. Le imprese grandi hanno i brevetti, i marchi, la capacità di internazionalizzazione. Le imprese piccole no, ma in una logica di filiera che è connaturata ad un modello produttivo di catena del valore, si riesce a trascinare tutto il territorio. Come si fa a crescere? Come si fa a fare M&A? Occorre avere risorse finanziarie. Anche in questo caso, presso le famiglie le risorse finanziarie ci sono fino ad un certo punto, mentre se si ricorresse al mercato, alla borsa, al private equity e ad altri strumenti, si potrebbe fare questo salto dimensionale.
C'è poi un terzo aspetto, secondo me importante: negli ultimi anni il nostro Paese ha perso molte aziende, che sono state comprate da imprese estere. Uno dei motivi è che non si è riusciti a trovare sul territorio italiano potenziali acquirenti, anche in questo caso per carenza di risorse. Se i potenziali acquirenti italiani avessero avuto la capacità di rivolgersi al mercato, buona parte di queste aziende sarebbero rimaste a controllo italiani, cosa che non guasta.

Ci sono dei cambiamenti in corso?

FG: Direi che essere ottimisti sarebbe eccessivo, ma dei segnali incoraggianti ci sono. Il 2017 è stato un anno molto buono dal punto di vista delle quotazioni in borsa, sia sul mercato MTA piuttosto che sull'AIM. Ci sono stati risultati importanti dal punto di vista dei PIR, il che fa pensare che ci possano essere più quotazioni: il portafoglio dei PIR deve essere per forza alimentato da nuove società. Sta andando molto bene l'innovazione delle SPAC, ne sono nate già una ventina, che sta diventando lo strumento per portare rapidamente in borsa nuove imprese facilitando il processo. E ci sono anche risultati interessanti sul fronte dei minibond: l'anno scorso, solo in questo segmento (prestiti fatti da società non quotate), ci sono stati circa 5 miliardi di euro di emissione. Nel 2016 erano 2,5 mld e l'anno prima circa 1,5 mld. Quindi il trend è interessante, i numeri sono ancora relativamente modesti, però è un settore in cui si stanno facendo dei progressi.

Anche i distretti cavalcano la trasformazione digitale?

GDF: Industria 4-0 è uno strumento e così va inteso. Mi dà la capacità di interagire all'interno di una filiera produttiva, o nel rapporto con i fornitori, in maniera più efficace. Quindi l'Industria 4.0 non è di per sé un settore ma uno strumento che può essere utilizzato bene o male. Le imprese che stanno facendo investimenti stanno attuando strategie importanti per fare un ulteriore salto di qualità e che penso vedremo, in termini di produttività del lavoro, nell'arco di qualche trimestre.


Ma esiste un problema di skill shortage da affrontare?

GDF: Si tratta di un problema molto grave, che richiede più visione, dal mio punto di vista. Pensa che in Italia abbiamo così pochi laureati in ingegneria o così pochi tecnici scientifici oppure informatici, per mettere in pratica tutto ciò che la tecnologia consente è, secondo me, un controsenso rispetto alla realtà di Industria 4.0. Quindi, affianco all'incentivazione occorrono dei grossi investimenti per quanto riguarda il capitale umano. Mi chiedo, per esempio, che senso abbia avere ancora oggi il numero chiuso ad ingegneria. Abbiamo un maledetto bisogno di ingegneri nel nostro Paese e molte aziende lamentano una carenza, una difficoltà nel trovare ingegneri italiani e li vanno a trovare in altri Paesi.

Nel report sono emersi alcuni dati interessanti, tra cui l'imprenditorialità femminile

GDF: Certamente. Questa si tratta di una realtà particolarmente forte nell'agroalimentare e nel sistema moda. Nell'agroalimentare l'imprenditrice mostra una più spiccata vocazione commerciale nel cercare di portare i propri prodotti all'estero. Tra tutti è più evidente il caso del vino, dove c'è una forte imprenditorialità femminile. Nel campo della moda, tutto ciò avviene con i beni di consumo. Cito un caso, quello della maglieria di Carpi, dove un imprenditore su due è donna, e questo ha una grande rilevanza in un settore che, tutto sommato, è tradizionale. Se vogliamo indicare dove c'è un ritardo nell'imprenditorialità femminile, è il campo tecnologico. Lì le donne non svettano come invece in altri settori.



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