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   numero di 12/07/2017
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Bottillo (Natixis): l'investitore consapevole sceglie la gestione attiva

La asset allocation deve tener conto che siamo in un periodo in cui i rendimenti scarseggiano e sotto certi aspetti si corre maggior rischio. Se questo diventa importante bisogna metterlo al centro nella costruzione di portafogli 

Trumponomics, Draghi e il QE, possibili cigni neri, ripresa globale, Europa. Sono tanti i temi che riguardano il secondo semestre di quest?anno. Ne abbiamo parlato con Antonio Bottillo, Managing Director Natixis Global Asset Management Italy.

Un punto per voi essenziale è l'investitore consapevole. Perché è così importante?

La consapevolezza dovrebbe far parte per ognuno di noi. Sapere che cosa procura come effetto ciascun ingrediente all'interno di un portafoglio, devo dire che non solo è una necessità, ma anche un dovere, in relazione poi a quelli che sono i bisogni di ciascuno.
Maggior consapevolezza anche in relazione alla necessità del mercato: siamo in un periodo in cui i rendimenti scarseggiano e sotto certi aspetti si corre maggior rischio. Se il rischio diventa importante bisogna metterlo al centro nella costruzione di portafogli e la consapevolezza fa proprio al caso suo.

Avete parlato di attuale ripresa globale sincronizzata per la prima volta dal 2007. Cosa comporta?

La ripresa sincronizzata a cui stiamo assistendo per certi aspetti è una novità da accogliere con estrema attenzione a livello di mercato, perché comporta il ritorno di quelle che sono le dinamiche di crescita a livello di PIL su scala mondiale. E questo comporta senza dubbio anche un certo approccio alla asset allocation, agli investimenti, e quindi agli ingredienti della composizione del proprio portafoglio, rispetto a quanto invece non fossero state le logiche del recente passato.
Per cui si modifica l'asset allocation, che non può prescindere dalla mancanza in portafoglio delle due asset class principali (obbligazioni ed azioni), in rapporto ovviamente tra loro diverso che in passato, ma anche che non prescinda da quelle che possono essere soluzioni che oggi appartengono al mondo degli investitori, come alternativi e similari.

L'Europa che cresce quasi più degli USA: cosa comporta?

Intanto la crescita europea è già una buona notizia. Quando inizio le conversazioni sull'asset allocation in questi giorni dico subito che non è ancora il momento per uscire dai "risky asset".
Permane qualche perplessità a livello geopolitico che ben conosciamo, ma anche il fatto nuovo della crescita europea, per quanto contenuta - seppur relativamente poiché inizia a vedere tassi prossimi al 2%, che storicamente credo si sia verificato pochissime volte e forse addirittura mai - ci porta a dati vicini a quelli dell'America.
L'attenzione sull'Europa c'è, e abbiamo visto dei flussi anche importanti che fino a ieri non c'erano, per cui siamo in una situazione che deve essere analizzata e considerata con attenzione.

E rispetto al mercato azionario?

L'azionario rientra in questo contesto in pieno diritto. Ci sono tutta una serie di cose che vanno nella direzione "buona", soprattutto quelle che riguardano i profitti, le revenue delle società corporate e industriale in generale. E questo è un fatto nuovo che bisogna considerare con il giusto "peso".

A questo proposito non si può non notare i livelli raggiunti dall'indice P/E? Qualcuno esagera con il buyback?

Questo è un tema che ritorna sempre in auge. Diciamo che la maggior parte di queste situazioni accade sempre oltreoceano rispetto all'Europa, che comunque sotto certi aspetti ha comunque contribuito a questo trend.
Noi ne facciamo una questione di carattere un po' più ampio. Siamo soliti pensare, ed è uno dei nostri cavalli di battaglia negli ultimi tempi, che l'utilizzo di indici di mercato come benchmark nei portafogli di clienti sia un po' superato, in relazione a quelli che sono gli obiettivi di ciascun investitore, che sicuramente non sono quelli di battere l'S&P500 o l'Eurostoxx.
Per cui noi suggeriamo una gestione veramente attiva: ci sono da questo punto di vista alcuni parametri, o ratios, che possono dare un aiuto ad intercettare determinate dinamiche e sicuramente a scollarci dalla situazione degli indici. Questi ultimi hanno già corso. Direi però un'altra cosa: gli indici in questi ultimi periodi rispetto al grande ritorno alla macroeconomia, forse non hanno dato quello che avrebbero dovuto dare in ragione della crescita del PIL.
Sicuramente una gestione attiva è sicuramente una gestione che si scosta da quelli che sono gli indici di mercato, in modo tale da poter approfittare di quella che poi è il cavallo di battaglia: la crescita delle società.

Quali possono essere i cigni neri nel secondo semestre?

Forse è banale dirlo, ma ancora per certi aspetti è ancora la questione geopolitica a tenere banco. In altri termini, l'Italia è l'ultimo baluardo.
Abbiamo avuto sicuramente alcune manifestazioni importanti nel corso del periodo recente dove il populismo sembra essere un po' rientrato, soprattutto con le ultime elezioni francesi, mentre la Germania non desterà problemi in quanto entrambe le fazioni sono chiaramente pro-Europa.
L'Italia rimane ancora con una certa perplessità e manifesta incertezza. Io però vorrei tentare di sminuire un po' questo fattore. Anche nel momento in cui il populismo era una variabile considerata a livello quotidiano, che poteva intervenire senza dubbio sull'andamento dei portafogli e i mercati, non va dimenticato che si fermava al 30% circa della popolazione. Quindi a volte si esagera un poco su quelle che sono le novità del giorno. La necessità di dare una notizia a tutti i costi forse pecca un po' di eccessività.

Trumponomics: che cosa potrebbe accadere?

Trump è stato un fenomeno molto acclarato all'inizio, sembrava dare una prospettiva che ha molto contribuito a questa ripartita della crescita economica mondiale, alla focalizzazione sulla macroeconomia.

Poi ad un certo punto ha cominciato ad arenarsi su quella che è la "messa a terra" - lasciatemi passare questo termine - di alcune importanti ristrutturazioni o obiettivi che si poneva.
Ovviamente non faccio riferimento ai classici "muri" o attività protezionistiche, ma alla capacità di concedere un'ulteriore possibilità crescita economica agli USA su basi diverse rispetto al passato. E' sicuramente un riferimento a quella che è la politica fiscale, che ha comportato, tra l'altro, una reazione necessaria da parte della banca centrale americana.
Ma tutto questo è ancora da venire. Rimane, da questo punto di vista, una verifica di quello che poi potrà essere la fattibilità delle cose annunciate.

Draghi e il QE: cosa prevede il futuro?

E' una domanda credo dovuta, poiché ci avviamo alla fine del Quantitative Easing. Draghi ha svolto un eccellente compito, con grande professionalità e determinazione.
Il QE dovrà finire, se non altro per consentire alle banche centrali di protrarre questa attività, nel caso in cui dovessimo andare incontro ad una ulteriore recessione in futuro. Un rientro è quindi necessario, ma non lo vediamo arrivare domani. Sicuramente lo "stimolo" si manterrà fino alla fine dell'anno, poi dall'inizio del 2018 si vedrà. Al momento non abbiamo la sensazione che questo possa ricevere un blocco. Certo è che si va in una direzione diversa da quella recente.



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