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   numero di 07/06/2017
Finanza e investimenti

Debito mercati emergenti: c'è ancora margine di crescita?
Drijkoningen (Neuberger Berman): sono ancora molti i rischi in queste regioni, soprattutto se parliamo di obbligazioni sovrane. I miglioramenti dei fondamentali ci inducono a pensare che il premio al rischio potrebbe assottigliarsi con il passare del tempo

Se guardiamo un po' indietro, nel mese di novembre i mercati del debito emergente erano sotto pressione. Sull'onda del recupero in seguito all'elezione di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti, si è registrata una spinta reflattiva che ha fatto aumentare sia i tassi d'interesse nominali che quelli reali. Tradizionalmente sono i tassi d'interesse reali che generano le maggiori insidie e infatti il debito emergente ne ha risentito. Tuttavia, trascorsi sei mesi, ecco che la stessa asset class appare molto più in salute. I timori per l'atteggiamento "America First" dell'amministrazione Trump e le rispettive politiche commerciali si sono allentate notevolmente. In realtà i negoziati sugli scambi commerciali USA-Cina, malgrado lo scetticismo sull'apparente mancanza di concretezza, hanno ridotto di molto le possibilità di una guerra commerciale reciprocamente distruttiva tra le due nazioni.
Più in generale, sin dall'inizio dell'anno, gli indicatori ciclici nei mercati emergenti hanno ripreso a crescere e anche in Paesi come Brasile e Russia, penalizzati più degli altri nel 2014 e 2015, si osservano adesso segnali di ripresa. Polemiche a parte, l'ambizioso programma di riforme del presidente brasiliano Michel Temer, che prevede misure in materia di previdenza e lavoro nonché maggiori investimenti esteri, sta avendo effetti positivi.
La crescita migliora anche in Russia, benché lentamente. In altri Paesi - come Argentina, India, Indonesia e Messico - sono state realizzate ovunque grandi riforme negli ultimi due anni. Grazie ad aggiustamenti sulle valute e all'aumento dei tassi d'interesse, molti paesi emergenti hanno ottenuto una drastica riduzione del disavanzo delle partite correnti.
In alcuni casi si è trattato di un cambiamento radicale. Basta abbinare questo dato alla contestuale ripresa globale per comprendere come mai le previsioni per i mercati emergenti siano migliorate e i flussi cross-border verso i mercati obbligazionari abbiano superato i 20 miliardi di dollari nel mese di aprile.
È vero che molti Paesi emergenti sono fortemente dipendenti dalle materie prime, che nel 2014 hanno influenzato negativamente l'asset class sulla scia del crollo delle quotazioni petrolifere. Tuttavia molti di questi Paesi godono di grande libertà politica e sono stati capaci di manovrare il deprezzamento delle rispettive valute al fine di proteggere il proprio profilo creditizio. Questo ha evitato che crollassero quando il prezzo del petrolio è precipitato e ora le materie prime li stanno aiutando a recuperare.

Affari rischiosi

Naturalmente sono ancora molti i rischi in queste regioni, soprattutto se parliamo di obbligazioni sovrane. Il Venezuela è vulnerabile, tanto per fare un esempio. Spesso i defualt sono il frutto di cambiamenti nei regimi, come il governo Maduro che continua ad attingere dalle proprie riserve estere per remunerare chi detiene obbligazioni. Ma queste riserve si stanno esaurendo e la prossima scadenza importante sarà in autunno. Anche il Sudafrica ha i suoi problemi: downgrade dovuti all'allontanamento del ministro delle finanze, crescita debole e aziende pubbliche indebitate. In un'ottica più ampia, se l'economia statunitense scivolasse in un'inversione di tendenza (cosa che attualmente pochi ipotizzano), ne pagherebbe le conseguenze anche il debito dei mercati emergenti.
Nel complesso però le prospettive per il debito dei mercati emergenti restano positive: la crescita è più sostenibile, i deficit delle partite correnti si sono molto ridotti e importanti riforme stanno acquisendo slancio.
In termini di segmenti di mercato riteniamo che le emissioni governative e quelle corporate siano tuttora interessanti su base relativa, anche se la contrazione degli spread è stata significativa.
Per quanto riguarda le valute i toni sono stati rialzisti, sebbene a nostro avviso siano sottovalutate piuttosto che sopravvalutate. I tassi d'interesse sono comunque a livelli ragionevoli e diverse banche centrali di Paesi emergenti come Russia, Brasile e Colombia stanno adottando o adotteranno politiche espansive considerato l'output gap prevalente, l'aumento dell'inflazione su base aggregata sembra ancora un'eventualità remota piuttosto che una possibilità imminente. Nel 2016 si sono registrati elevati tassi d'insolvenza nel segmento corporate dei mercati emergenti, in primis gli emittenti in America Latina colpiti dalla flessione dei titoli del settore minerario ed energetico. Quest'anno però i livelli d'insolvenza sono diminuiti.

Spesso mi chiedono se abbia senso investire nel debito dei mercati emergenti. Per prima cosa dico che gli investitori solitamente sottopesano questa asset class. Oggi il mercato del debito emergente supera i 18.000 miliardi di dollari USA e sta crescendo rapidamente con l'arrivo di nuove emissioni nel mercato. In secondo luogo si tratta di un settore con un'enorme diversificazione in termini di Paesi, valute e settori industriali. Il terzo aspetto, il più importante, è che attualmente offre un vantaggio di rendimento rispetto alle obbligazioni dei mercati sviluppati. I miglioramenti dei fondamentali in atto nei Paesi emergenti ci inducono a pensare che questo premio al rischio potrebbe assottigliarsi con il passare del tempo.

Rob Drijkoningen, Co-responsabile, Emerging Markets Debt presso Neuberger Berman
 



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