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   numero di 17/05/2017
Finanza e investimenti

Reddito fisso: Trump riempirà la Fed di colombe?
Donzé (Pictet AM): il presidente USA ha il potere di rinnovare il consiglio della Fed. Potrebbe quindi optare per una banca centrale accomodante che risponda meglio ai suoi obiettivi politici

Gli investitori danno per certo che la Federal Reserve statunitense diventerà più intransigente con l'accelerazione della crescita USA, soprattutto se le politiche proposte dal Presidente Trump innescheranno un boom economico.
Ma quello di cui non tengono conto è il potere del Presidente di modificare la composizione del consiglio della Fed in base ai suoi scopi politici. Una Fed a misura di Trump potrebbe adottare un approccio decisamente più morbido nei confronti dell'inflazione rispetto alla linea tenuta dalla banca centrale dagli anni ?70.
Dopo le dimissioni di Daniel Tarullo, valide dal 5 aprile, Trump ha ora il compito di riempire tre delle sette poltrone del consiglio della Fed. Un numero che potrebbe salire a cinque entro metà 2018, quando scadranno i mandati del presidente e del suo vice. Trump non è mai stato un fan di Janet Yellen, che probabilmente lascerà la banca centrale insieme al suo fidato vice Stanley Fischer qualora i due non venissero riconfermati.
Non è cosa da poco. L'organo che stabilisce la linea della Fed, il Federal Open Market Committee (FOMC), è composto dai sette governatori del Federal Reserve Board, dal presidente della Fed di New York e da quattro degli 11 presidenti delle altre Federal Reserve Bank, a rotazione. Anche se un gruppetto scelto da Trump rappresenterebbe una minoranza all'interno del FOMC, non bisogna sottovalutare l'influenza che il presidente della Fed ha sempre avuto nel definire la politica della banca. Se già il dissenso di un membro della Fed rispetto al pensiero del presidente fa scalpore, è facile immaginare quale shock provocherebbe una decisione contraria al parere del numero uno.
Dunque, che tipo di Fed vorrebbe Trump? Il magnate ha già espresso il suo disappunto per le misure non ortodosse della banca centrale che hanno mantenuto i tassi di interesse prossimi allo zero per gran parte del gli ultimi 10 anni. E spesso viene associato a falchi come l'economista John Taylor, che ha più volte criticato il quantitative easing. Tuttavia è importante ricordare che in cima alla lista delle priorità di Trump c'è la crescita economica che vuole favorire fornendo un vantaggio competitivo alle aziende USA rispetto a quelle estere tramite la riduzione delle imposte societarie, il sostegno agli esportatori e l'incremento della spesa pubblica nelle infrastrutture. Di certo non vorrebbe scontrarsi con una politica monetaria avversa. Inoltre, la debolezza del dollaro, probabile conseguenza di una linea monetaria meno rigida, contribuirebbe a spostare la domanda interna dai prodotti importati a quelli locali anche senza la controversa "border tax", la tassa che la nuova amministrazione USA vorrebbe imporre sulle importazioni.
D'altro canto, il rialzo dell'inflazione non è assolutamente inammissibile per l'establishment economico. Di recente, gli economisti della Fed e i membri del Brookings Institution hanno dichiarato che l'autorità monetaria potrebbe ragionevolmente accettare un'inflazione superiore al target del 2%.
Nello specifico, il Presidente della Fed di Minneapolis Neel Kashkari ha preso le distanze dall'inasprimento di marzo, sostenendo che alzare i tassi quando l'inflazione di fondo è al di sotto del target significa che la banca centrale "considera la soglia del 2% come un tetto piuttosto che un obiettivo? Non trovo giusto parlare di target e agire come se fosse un tetto".
Anziché alzare il target, la Fed potrebbe benissimo asserire di voler mantenere l'inflazione al 2%, ma per tutto il ciclo economico. Dopo anni di inflazione sottotono, un simile orientamento consentirebbe un lungo periodo di inflazione elevata. In alternativa, la Fed potrebbe abbracciare un nuovo regime di "obiettivo di inflazione flessibile", in modo da riuscire ad ampliare il range di inflazione accettabile senza abbandonare l'impegno di raggiungere il target nel lungo periodo.
Ovviamente, ogni minima percezione di politicizzazione della Fed scatenerebbe ondate di sdegno. L'indipendenza dell'autorità monetaria è un principio macroeconomico irrinunciabile, ma non è garantito, e i membri della Fed lo sanno.
Durante il Monetary Policy Forum di New York a inizio marzo, Stanley Fischer ha affermato che la Fed sarebbe rimasta indipendente "sino a che non prenderemo una decisione veramente sbagliata per l'economia".
Ma le nostre analisi suggeriscono che l'indipendenza della Fed è già in bilico.
Negli ultimi 50 anni, i tempi necessari per nominare nuovi membri del consiglio si sono costantemente allungati. Negli anni ?70, le cariche restavano vacanti in media 88 giorni. Negli anni 2000, la media era salita a 463 giorni e dal 2010 è cresciuta ancora. L'allungamento delle tempistiche potrebbe essere indice di maggiori divergenze politiche sui nominativi.
Al contempo, la durata dei mandati della Fed si è ridotta, segno di una minore indipendenza. In media, i governatori insediatisi negli anni ?60 restavano in carica per 3.275 giorni, quelli degli anni 2000 per meno di 1.900 giorni e dopo il 2010 il dato è sceso ancora (ipotizzando che Yellen e Fischer usciranno di scena alla scadenza dei rispettivi mandati ed escludendo i due membri attuali Lael Brainard e Jerome Powell).

La delicata posizione politica della banca centrale USA è inoltre peggiorata dopo le dimissioni rassegnate a inizio aprile dal Presidente della Fed di Richmond Jeffrey Lacker, coinvolto in una fuga di notizie riservate risalente al 2012 (avrebbe parlato di importanti opzioni di politica monetaria con un analista di mercato).
È inoltre importante ricordare che la Fed non è immune alle mutevoli tendenze di pensiero. Quello che era accettabile negli anni '70 non lo era più negli anni '90. Un tempo le banche centrali erano riluttanti a far crescere troppo in fretta i propri bilanci. Eppure, con la crisi finanziaria globale, gli acquisti massicci di asset sono ormai diventati uno strumento di politica monetaria.
Adesso agire in base all'inflazione potrebbe tornare di moda, soprattutto se c'è sostegno politico. In tal caso sarebbe ora di ridurre le posizioni nei bond nominali e proteggersi contro l'aumento dei prezzi con oro, obbligazioni indicizzate all'inflazione e asset reali.

Steve Donzé, Senior Macro Strategist di Pictet AM
 



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