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   numero di 17/05/2017
Cover story

Avanzo-Barbieri (Neuberger Berman): gli investimenti alternativi sono molto interessanti

Parliamo di investimenti immobiliari, liquid alternatives e private equities. Le soluzioni disponibili per i risparmiatori si trovano soprattutto nelle prime due classi

In un momento di tassi negativi o quasi, cercare di trovare il rendimento è difficile, e spesso molto rischioso. Per andare incontro a queste esigenze, si possono prendere in esame gli investimenti alternativi. Ne abbiamo parlato con Marco Avanzo-Barbieri, Responsabile per l'Italia di Neuberger Berman.

Investimenti alternativi: quali scenari abbiamo?

Gli investimenti alternativi sono una definizione molto ampia. Possiamo dividerli in tre macrocategorie: "investimenti immobiliari", "liquid alternatives" sui mercati pubblici, e investimenti "private equities" sui mercati privati. Le soluzioni disponibili per i risparmiatori si trovano soprattutto nelle prime due. Ci sono tanti fondi di real estate quotati, società che detengono proprietà immobiliari tipicamente commerciali, incamerando gli affitti per negozi, aeroporti, uffici e persino foreste, e distribuendo gli utili ai loro azionisti. Il vantaggio è che in moltissimi giurisdizioni, comprese quelle in USA e in Europa, se la società distribuisce almeno il 90% degli utili ante imposte, non paga tasse societarie. Questo è un settore poco conosciuto. In Italia spesso si parla di fondi immobiliari, intesi però come fondi immobiliari chiusi. In realtà i Real Estate Investment Trusts (REITs), sono ancora poco conosciuti in Europa, ma che in America sono un segmento che ha 100 miliardi di capitalizzazione e 150 nomi. Spesso si ritrovano in fondi ad alto dividendo poiché i REITs per loro natura pagano un alto dividendo.
La seconda macrocategoria sono i "liquid alternatives". Parliamo di strategie che una volta erano chiamate hedge funds. Il cambio di denominazione è dato dal fatto che possono essere implementati con una leva molto contenuta o anche inesistente, e quindi essere compatibili con una liquidità anche di investimento giornaliera di riscatti e sottoscrizioni.
La terza categoria è quella dei "private equities", che è anche la meno accessibile, poiché richiede tagli minimi molto elevati e prevede un vincolo di investimento che può anche arrivare a 12-13 anni.

Come può un private equity entrare in un portafoglio?

Come già detto, si tratta dell'asset class più difficile da investire. Però negli ultimi anni abbiamo assistito ad un maggior grado di penetrazione dei private equity nei portafogli dei risparmiatori. Sicuramente più a livello internazionale: in America si può iniziare con i private equiity con tagli minimi di 50mila dollari, che sono decisamente più accessibili dei 500mila richiesti in Italia. Però il comparto sta cercando soluzioni per cercare di accorciare la vita media dei fondi o di offrire maggior distribuzione di utili nei primi anni.
Sicuramente, anche in Italia - grazie ad una normativa europea che è corso d'opera - vedremo nei prossimi anni soluzioni che avvicineranno i risparmiatori al private equity.
Diciamo che i PIR (Piani individuali Risparmio) di cui tanto si parla sono una cosa ibrida tra l'investimento tradizionale e quello nel private equity, poiché è vero che si tratta di fondi a liquidità giornaliera, però per godere di un vantaggio fiscale - che i PIR si portano dietro - bisogna tenerli nel portafoglio per un lungo periodo di tempo. Sposano quindi un po' la logica di investimento a lungo termine e come i private equity intendono trasferire risorse finanziarie all'economia reale.

Quali scenari per l'asset allocation internazionale?

Per il 2017 è tutt'altro che semplice. Sposando una view abbastanza di consensus, essendo quindi più prudenti, secondo noi non ci si sbaglia. Perché una caratteristica che caratterizzerà il 2017 sarà un aumento della volatilità. Questo per incertezze politiche o magari delusioni di un mercato economico. In questo senso noi siamo abbastanza negativi sull'Europa e sull'azionario europeo, molto più positivi sull'azionario americano, dove abbiamo più visibilità soprattutto su un percorso di crescita. Sul lato obbligazionario, i tassi americani non hanno avuto l'impennata, almeno perdurante, che tutti si aspettavano, però è lecito attendersi una graduale risalita. Quindi, favoriamo sicuramente il credito, ma in ottica short duration.

Per quanto riguarda l'azionario USA, finalmente dopo tanti anni abbiamo iniziato a vedere correlazioni tra i titoli scendere, e questo favorisce i fund manager che riescono a fare stock picking, e riescono a sovraperformare anche un ETF. E poi favorisce chi può fare sia lungo sia corto, andare quindi corto sui titoli che evidentemente non ce la faranno.

Avete evidenze sui mercati emergenti?

Per noi è stata una grande asset class su cui investire da metà dello scorso anno fino al primo trimestre del 2017. In questo momento siamo un po' più cauti sia sull'azionario sia sull'obbligazionario, non tanto per un deterioramento dei fondamentali, quanto per valutazioni che iniziano ad essere abbastanza care. E soprattutto per i primi segnali di inflazione, che porteranno, presumibilmente, ad un indebolimento della valuta e ad un rialzo dei tassi nelle valute locali. Quindi, soprattutto negli Emerging Market local currency è meglio essere cauti. Si può essere un po' più aggressivi con gli Emerging Market hard currency, ricordandoci però della duration dei tassi, quindi favorendo strategie short duration.



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