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   numero di 03/05/2017
Marketing

Marketing: mai più senza influencer
I dati dimostrano che ricorrere a queste figure aumenta di 5,2 volte l'efficacia delle campagne. Motivano e spingono il consumatore a parlare di sé e a lasciare un'impronta tramite commenti o giudizi

Web, social e poi ancora social. Secondo lo studio Total Retail 2017 di PwC emerge che la maggiore fonte di ispirazione per gli acquisti dei consumatori italiani risultano essere i siti web di confronto prezzi, indicati dal 46% dei rispondenti rispetto al 35% del 2015. Seguono i siti web di retailer multi-brand (38%) ed i social network (37%).
Le proporzioni cambiano tra i Millennial: il 42% trova ispirazione nei social network tradizionali, distaccando i siti web di confronto prezzi (38%) e i siti web di retail multi-brand (34%).
Crescono inoltre nella generazione più giovane i social network visivi come Instagram e Pinterest, utilizzati dal 23% dei Millennial contro il 16% del campione totale (ma solo 10% tra gli over 35). I social media si affermano sempre più come una "vetrina" fondamentale, ma non solo: il 56% degli italiani è stato influenzato a spendere di più dall'interazione che ha avuto via social con un brand, e quasi il 60% dichiara di sentirsi più coinvolto dal brand priori attraverso i social media.
Ma c'è un altro fattore che sempre più prende piede: l'influencer.
Secondo un recente sondaggio riportato da Forbes, nei prossimi dodici mesi l'84% dei professionisti del marketing e della comunicazione lancerà almeno una campagna che preveda il diretto coinvolgimento di un influencer. Ma perché questo fenomeno si è diffuso così rapidamente?
I dati dimostrano che ricorrere a queste figure aumenta di 5,2 volte l'efficacia delle campagne di marketing. Viviamo in un'epoca in cui l'individuo ha bisogno di rimarcare la propria centralità e la propria presenza nel mondo. E questo è il punto centrale: gli influencer, condividendo parte della propria esperienza personale, motivano e spingono il consumatore a parlare di sé e a lasciare un'impronta tramite commenti o giudizi che fino a questo momento i brand non lasciavano fare. Gli influencer motivano le persone ad essere attivi e a mettere in discussione tutto e tutti, regalando la possibilità di essere ascoltati e di avere un peso anche nelle scelte aziendali.
Mettendo al centro il consumatore, anche tramite queste figure, le aziende sono in grado di trasmettere messaggi ed esperienze, ricevendo in cambio opinioni e feedback gratuiti che altrimenti non avrebbero modo di ottenere, rivedendo così anche le proprie scelte strategiche alla luce di un feedback di mercato.
Tornando al mondo del retail fisico, anche il personale di vendita può essere considerato un influencer "one-to-one" attraverso la sua abilità di coinvolgere nuovi clienti e raccogliere da loro feedback costruttivi, ma è necessario che l'azienda investa in programmi di formazione per valorizzare queste risorse e garantire una relazione di qualità con il cliente anche in termini di fiducia.

A tal proposito, oggi stiamo assistendo alla ripresa di un fenomeno diffuso alla fine dello scorso decennio: programmi di sviluppo del capitale umano delle reti commerciali, anche chiamati "programmi di certificazione delle competenze". In tali programmi i venditori certificati possono godere di specifici benefici tangibili e intangibili, generando anche comportamenti emulativi.
"In PwC abbiamo avuto modo di realizzare questi programmi, osservando così i principali vantaggi: nel B2B abbiamo osservato che questo tipo di leva è stata fondamentale per attrarre, motivare e rendere più produttivi i venditori, mentre lato B2C si sono rilevati una leva di attrazione e di indirizzamento dei clienti verso i touchpoint", conclude lo studio Total Retail.
 



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