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   numero di 29/03/2017
Cover story

Angeli (Exage): la trasformazione digitale delle aziende passa da un Digital System Integrator

Le nuove esigenze delle imprese necessitano di risposte da parte di nuove strutture, capaci di muoversi nel variegato mondo del digitale

Si parla molto di digitalizzazione, di trasformazione digitale delle aziende, di industria 4.0, forse anche troppo. Abbiamo intervistato Simone Angeli, Amministratore Delegato di Exage, la nuova realtà fondata da Giorgio Rossi Cairo e nata con l'obiettivo di accompagnare le imprese attraverso la rivoluzione digitale 4.0, unendo eccellenti competenze tecnologiche a solide competenze di consulenza strategica. Lo scopo è capire cosa sta realmente accadendo nelle aziende italiane.

Exage è un'azienda giovane e non è un'agenzia digitale, o meglio, lo è ma solo in parte. Cosa significa, tecnicamente?

Noi ci occupiamo delle problematiche della digital trasformation delle aziende con una fortissima componente tecnologica, basata sulle competenze "hard", ma cerchiamo di offrire un supporto a 360 grandi, contando su una fortissima competenza tecnologica oltre che di comunicazione e di marketing. In Exage abbiamo 4 pilastri. Il primo è legato a un'anima importante della nostra azienda, avendo lo stesso fondatore e azionista di riferimento, Giorgio Rossi Cairo, della società di consulenza Value Partners. Consideriamo quindi un fattore strategico dei progetti la componente driven, e spesso lavoriamo con un approccio multidisciplinare a stretto contatto con i consulenti Value Partners. Questo ci permette di essere coinvolti nelle fasi a monte, decise dal top management e quindi di poter legare la strategia di business con la strategia digitale. Detto questo, Exage è una società autonoma, che si muove sul mercato, e capita anche che partecipiamo a gare in tandem con altre società di consulenza. La seconda componente è quella della digital communication, perché oggi questa parte è fondamentale per le aziende, e non possiamo non offrire creatività e una presenza social ai nostri clienti. Un prodotto digitale, per sua definizione, ha un'anima di comunicazione. Il terzo "pillar" è legato alle soluzioni web-mobile-enterprise, dove l'integrazione oggi è importantissima e un'esigenza molto sentita dalle aziende. E' chiaro che questi progetti coinvolgono molte persone perché le competenze richieste sono molteplici e le complessità da affrontare sono infinite. E in ultimo, la componente relativa ai big-data e alla cybersecurity: siamo gli unici in Italia ad avere il massimo livello di certificazione Hortonworks e una delle dodici aziende al mondo. Crediamo che le logiche data-driven siano fondamentali per il futuro delle imprese e in questo contesto abbiamo moltissime specializzazioni e certificazioni che ci pongono all'avanguardia. Se si vuole andare incontro al cliente finale, non si può prescindere dalla componente "dato", se si vuole fare un progetto innovativo e che parta proprio dalle esigenze del cliente finale.


Tenete molto a raccontare che non siete una digital agency ma un digital system integrator: ci può dare una definizione?

Partiamo dalle definizioni di agenzia digitale e system integrator per arrivare alla nostra identità. Una digital agency ha grandi competenze a livello di comunicazione, marketing e gestione social, nonché a livello di design, ma è estranea a livello di creazione di un progetto. Un system integrator invece è tradizionalmente molto orientato allo sviluppo di componenti di Information Technology e creazione di progetti, ma è tendenzialmente estraneo alla comunicazione. Noi cerchiamo invece di seguire progetti dove entrambe queste anime sono presenti e quindi lo facciamo contestualmente. L'IT è importante perché i progetti sono molto complicati, ma al tempo stesso è sempre più necessario saperli comunicare al meglio, fin dall'inizio e conoscendone ogni aspetto.

Può farci un esempio di una digital system integration sul nostro mercato?

Tra i tanti, mi piace citarne uno con un'azienda di produzione di servizi. Fino a ieri i processi di business partivano dalla produzione, passavano attraverso i canali distributivi, giungevano al mercato e quindi il cliente finale ne fruiva. Servizi che riflettevano le esigenze produttive. Noi abbiamo ridisegnato il processo partendo dall'utente finale, definendo i cluster, quindi abbiamo ricostruito tutta la catena del valore fino a ritornare alla componente di produzione del servizio, che in questo caso riflette le esigenze del consumatore più che quelle della produzione. L'impatto di business è evidente, solo il digital e le analisi su grandi numeri possono fornire certi risultati.


Ma la digital transformation è davvero il presente per le aziende italiane, o è ancora un'ipotesi per il futuro?

A giudicare dai budget delle aziende medie e grandi nessuno può fare a meno del digitale. Il problema è che sono stati considerati investimenti importanti per il futuro immediato, ma all'interno le aziende non è automatico che siano presenti grandi competenze per governare questi processi da digitalizzare. Molte aziende non hanno un Digital Chief Officer, ma spesso nemmeno una digital business unit. Troppe imprese credono che possa bastare migliorare l'App dei propri servizi per ottenere una digital transformation - pensiamo alle banche, per esempio - ma in realtà è necessario mettere mano ai processi per impattare in modo positivo sui clienti. Non è solo una questione estetica o di semplicità, è una questione di processi, tempi e decisioni.

Il digitale, quindi, deve fare parte della strategia fin da subito?

Certo. Noi abbiamo la fortuna di lavorare spesso al fianco di Value Partners nei progetti fin dall'inizio e quindi il digitale rientra immediatamente nella definizione degli obiettivi della business strategy. In questo modo è più facile essere immediatamente efficaci per ottenere i risultati di business prefissati, ma soprattutto il digitale è più coerente.

Può farci qualche esempio di progetto digitale che ha prodotto risultati importanti nel mercato italiano?

Abbiamo realizzato per un importante gruppo industriale italiano un sistema di telemetria piuttosto spinto per alcuni prodotti in fase di test. Prima del nostro intervento serviva una settimana di tempo per poter leggere i risultati e decidere gli interventi da compiere per migliorare la performance. Oggi hanno a disposizione una soluzione che possiamo definire "near real time" che permette addirittura di intervenire durante la fase di test stessa, perché possiamo analizzare i dati in tempo reale, garantendo sicurezza degli stessi e rapidità. Il risparmio economico è stato incredibile.

Un altro progetto riguarda un'importante istituto di credito nazionale. Per determinate operazione sui dati le banche hanno un costo che riconoscono a soggetti terzi, da sempre funziona così. Il nostro progetto ha permesso di limitare il calcolo sui sistemi principali e ha quindi portato un risparmio netto di qualche milione di euro. E' un progetto di big data che rende i dati fruibili limitando il carico di lavoro.
Un terzo esempio, anche questo significativo, riguarda un'azienda di servizi che ha allocato i propri sistemi presso i clienti, soprattutto esercenti, che attraverso l'uso dei big data sta permettendo di rilevare il comportamento attuale dei consumatori finali e fare previsioni su quello futuro. Si tratta di un'applicazione di machine learning che permette di ampliare i servizi agli esercenti, comprendere le abitudini di consumo dei loro clienti e quindi trarre dei vantaggi consistenti in termini di servizio, approvvigionamento e marketing. Nel processo, ne giova l'azienda, gli esercenti e infine i clienti finali che si riconoscono destinatari di un servizio sempre migliore.


Quanto conta la reputazione per le aziende italiane oggi?

Qualsiasi azienda oggi viene misurata per fatturato e per reputazione. Per questo motivo Exage ha sviluppato, come abbiamo detto, il pillar della comunicazione, che è necessario in ogni progetto. Il digital non è una componente secondaria e non può essere trascurata.

 



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