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   numero di 15/03/2017
Finanza e investimenti

Mercati emergenti legati alle mosse del dollaro e di Trump
Secondo il team di Raiffeisen CM, bene i Paesi dell’America latina, in Cina continua il deflusso di capitali, mentre la Russia si è stabilizzata ma deve fare le riforme

La maggior parte dei mercati azionari dei Paesi emergenti (EM) ha iniziato molto bene l’anno nuovo. Con un aumento del 5% l’indice MSCI EM ha registrato un incremento quasi doppio rispetto all’indice di riferimento dei Paesi industrializzati.
Sono aumentati in modo particolarmente significativo i mercati dell’America Latina (Brasile +7,5%, Argentina addirittura oltre il 12%). Il “driver” principale di questo buon andamento dei corsi delle azioni dei Paesi emergenti è stato il calo del dollaro USA. Dopo il forte rialzo degli ultimi mesi, la valuta USA ha corretto nettamente al ribasso all’inizio del 2017. Le dichiarazioni di Donald Trump sul fatto che un dollaro troppo forte sia dannoso per l’economia USA sono state una buona occasione per scatenare una correzione sui mercati valutari comunque già attesa da tempo.
I trend al rialzo a breve e lungo termine del dollaro USA sono, però, ancora intatti. La domanda globale di dollari USA al di fuori degli Stati Uniti attualmente sembra crescere molto di più dell’offerta disponibile. La conseguente carenza finora è stata colmata soprattutto dalle vendite di titoli di Stato USA da parte delle banche centrali estere.
Contribuiscono in particolar modo i deflussi di capitale dalla Cina. Nel 2016 questi sono calati rispetto al 2015, ma sono tuttora relativamente elevati e negli ultimi mesi hanno mostrato una tendenza verso un nuovo aumento. Ciò viene anche messo in evidenza dalle riserve in valuta degli Stati Uniti che nel 2016, come già nel 2015, sono diminuite in misura notevole, anche se il cuscinetto è tuttora abbastanza confortevole. Gli interessi per i prestiti in dollari sono inoltre sensibilmente cresciuti. I Paesi emergenti (eccetto la Cina) hanno circa 5.000 miliardi di dollari di debito in essere. Un aumento degli interessi in dollari potrebbe far sì che i debitori paghino o coprano (debbano coprire) i loro debiti, il che comporterebbe un’ulteriore domanda di dollari USA. Un nuovo rialzo del dollaro continua, dunque, a rimanere uno dei fattori di rischio maggiori per le azioni, obbligazioni e valute dei Paesi emergenti.
Sui mercati finanziari si continua ancora in larga misura a ignorare le possibili conseguenze delle misure protezionistiche annunciate dalla nuova amministrazione Trump. È evidente che un gran numero di operatori di mercato ritiene che Trump, ora che ha assunto il suo incarico, alla retorica della campagna elettorale farà seguire solo limitatamente delle azioni conseguenti. Questo potrebbe rivelarsi soltanto un’illusione. Il discorso inaugurale del nuovo presidente americano insolitamente duro da un punto di vista storico, in realtà ha segnalato molto chiaramente che Trump intende assolutamente tener fede alle sue dichiarazioni relative a tutte le principali tematiche. Questo viene confermato anche da tutte le sue decisioni personali fin qui prese.
Da quanto si evince finora, sembrano esserne interessati in primo luogo alcuni (ma non tutti) Paesi emergenti asiatici, così come naturalmente il Messico.
Allo stato attuale, invece, il Sudamerica non dovrebbe perlopiù esserne interessato. Nelle ultime settimane, le obbligazioni della maggior parte dei Paesi emergenti hanno mostrato un andamento relativamente solido, nonostante il netto rialzo dei rendimenti USA in essere da novembre.
Per quanto riguarda le valute, la lira turca in forte calo è un’eccezione eclatante. I crescenti squilibri economici e il difficile equilibrio delle banche centrali, impossibile da mantenere nel lungo periodo, sembrano intanto iniziare a farsi sentire.

Cina

I più recenti dati congiunturali della Cina mostrano un quadro eterogeneo. Innanzitutto gli aspetti positivi. Gli indici dei direttori d’acquisto segnano chiaramente una continuazione dell’espansione, in particolare per quanto riguarda le piccole e medie imprese e nel settore privato. Al contrario, la crescita sta rallentando soprattutto nel settore industriale, una conseguenza degli sforzi del governo di raffreddare il settore immobiliare. Il settore dei servizi contribuisce intanto per circa il 50% alla crescita economica, il suo peso sempre maggiore dovrebbe rendere contenti i pianificatori di Pechino. Come previsto, nel IV trimestre, l’economia è cresciuta complessivamente del 7,8% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, in questo modo si dovrebbe raggiungere l’obiettivo fissato per il 2016 di una crescita in termini reali pari al 6,7% circa.
Allo stesso tempo si stanno stabilizzando i dati sull’inflazione. Nei prossimi mesi questa dovrebbe aumentare moderatamente. Queste sono notizie buone, specialmente per le imprese pubbliche altamente indebitate. Ciò implica la prospettiva di maggiori ricavi e utili, mentre i debiti calano in termini reali per effetto dell’inflazione. Si può, quindi, prevedere che la banca centrale continuerà a portare avanti una politica monetaria espansiva nonostante un leggero aumento dei prezzi. I dati relativi al commercio sono stati meno positivi. A dicembre, l’aumento delle importazioni e la diminuzione delle esportazioni hanno fatto sì che l’eccedenza della bilancia commerciale pari a 40 miliardi di dollari abbia registrato un livello sorprendentemente basso.
Si sono rivelati, però, molto più gravi gli sviluppi negativi della valuta e dei flussi di capitale. Fino a novembre 2016 dal paese sono usciti circa 635 miliardi di dollari, il 10% in più rispetto al 2015. I dati di dicembre evidenzieranno probabilmente una continuazione del trend. Di conseguenza, le riserve cinesi in valuta estera scenderanno di circa 320 miliardi di dollari a 3.011 miliardi di dollari. Questo è meno del record del 2015, quando diminuirono di oltre 500 miliardi di dollari, ma non è certo un motivo per festeggiare. Perché, nonostante tutti gli sforzi di Pechino per supportare lo yuan, nel 2016 la valuta cinese ha perso il 6,6% rispetto al dollaro, il deprezzamento più forte dal 1994. Naturalmente altre valute hanno perso ancora di più.
Il pericolo è, però, che questo trend al ribasso acceleri; il cambio al potere e il cambio della politica a Washington rimangono dei fattori di rischio in questo senso. Il problema per la banca centrale sta nel fatto che ogni contromisura attuata tramite un intervento sui cambi (come era stato fatto più volte nel 2016) comporta notevoli conseguenze per la liquidità e la crescita del credito in Cina. Il rischio di un’ulteriore svalutazione dello yuan è, quindi, tutto sommato abbastanza alto. Le azioni A cinesi quotate sul continente a gennaio hanno registrato un incremento poco inferiore al 2%, le azioni H quotate a Hong Kong hanno guadagnato oltre il 4%.

Russia

L’economia della Russia ha in gran parte finito di adattarsi ai bassi prezzi del petrolio e al regime delle sanzioni dell’Occidente. Per il momento, nessuna delle due rappresenta più una minaccia esistenziale, almeno non finché il prezzo del petrolio continuerà a quotare tra i 40 e 60 dollari USA.
L’aspetto invece meno positivo è che il Paese opera praticamente “al minimo”. Ciò vale in particolare per una significativa parte della popolazione che negli ultimi anni ha subito notevoli perdite in termini di salari reali. Il 14% circa guadagna meno del salario minimo e quasi la metà della popolazione non è molto lontana dalla soglia di povertà. L’80% dei russi praticamente non ha risparmi.
Tutte queste sono premesse alquanto sfavorevoli per rilanciare l’economia nazionale e il consumo interno. Non ci sono, tuttavia, soluzioni rapide in vista. Per creare un considerevole numero di nuovi posti di lavoro oltre al tempo c’è bisogno tra l’altro di know-how tecnologico, liberalizzazioni e un miglior accesso ai capitali d’investimento. Attualmente non sono possibili ulteriori trasferimenti statali.
Le sanzioni occidentali, il basso prezzo del petrolio e la forte svalutazione del rublo hanno costretto il governo negli ultimi due anni a ricorrere in ampia misura al fondo di riserva per coprire il disavanzo di bilancio. Anche nel 2017 il deficit di bilancio sarà superiore al 3% presumendo un prezzo del petrolio pari a 40–45 dollari. Intanto il fondo di riserva è già diminuito di due terzi, da oltre 80 miliardi di dollari a soli 30 miliardi.
Considerando la situazione precaria nel lungo periodo, il presidente Putin alcuni mesi fa ha incaricato l’ex ministro delle finanze Kudrin di formulare entro aprile delle proposte di riforma per un ritorno della Russia verso la crescita. La domanda è naturalmente, quale di queste verrebbe effettivamente implementata dal Cremlino. Per il momento il bicchiere in Russia è sicuramente mezzo pieno e non mezzo vuoto. A lungo termine, però, c’è bisogno di qualcosa in più dei prezzi del petrolio stabili o in aumento per ritornare a un percorso di crescita solido. Dopo un 2016 molto buono, il mercato azionario russo ha chiuso il mese di gennaio in modo leggermente più debole, mentre il rublo è rimasto quasi invariato.



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