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   numero di 08/02/2017
Finanza e investimenti

Il terreno e' fertile ma attenzione ai rischi politici e alla Brexit
Secondo il team di Anima, crescita economica, reflazione, materie prime e politiche fiscali, sono i semi piantati alla fine del 2016 e che potrebbero crescere e germogliare quest'anno

Crescita economica, il graduale ritorno dell'inflazione, il buon andamento delle materie prime e politiche fiscali. Sono questi i semi piantati nel 2016 che potrebbero crescere e fiorire nel 2017.
Il primo segnale arriva dalla crescita economica, sia nei paesi sviluppati sia negli emergenti. In Europa, la Bce nel suo ultimo meeting ha spiegato di attendersi un rafforzamento ulteriore della crescita per l'anno in corso: secondo il sondaggio trimestrale dell'istituto centrale europeo, gli economisti prevedono ora una crescita economica dell'1,5% rispetto all'1,4% precedente.
Aumentano anche le aspettative d'inflazione, in rialzo all'1,4% dall'1,2% stimato in precedenza. In questo senso, un fattore sottostante è dato anche dal buon andamento delle materie prime, che rappresentano un ulteriore segnale d'incoraggiamento: oltre a sostenere la ripresa della dinamica inflattiva, aiutano i produttori, in particolare emergenti, i quali in passato hanno sofferto della loro debolezza. È il caso soprattutto di Paesi come Brasile e Russia, che stanno pian piano uscendo dalla recessione anche grazie alla ripresa del petrolio (Grafico 1).
A dicembre abbiamo avuto l'accordo tra i Paesi sia dell'Opec sia non Opec per il taglio della produzione dell'oro nero. Si tratta di un elemento che consente di riequilibrare il rapporto tra domanda e offerta di petrolio e, conseguentemente, il prezzo. Ciò rappresenta un forte segnale che, in ottica 2017, rende abbastanza probabile il proseguimento della normalizzazione del prezzo della materia prima.
Infine, si sta facendo sempre più strada il trend delle politiche fiscali, rispetto a una minore importanza di quelle monetarie. Con l'insediamento del neo presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, si è passati dalle aspettative ai fatti e si attendono politiche fiscali espansive, ma non solo: anche in Europa, come stiamo vedendo nelle campagne elettorali di Francia e Germania, la leva fiscale dovrebbe essere maggiormente utilizzata nel prossimo futuro.
Negli Stati Uniti, la Federal Reserve ha provveduto ad alzare i tassi dello 0,25%, da 0,50% a 0,75% e a incominciare un processo di politica più restrittiva (Grafico 2).
In Europa, è certamente prematuro parlare di restringimento della politica monetaria, perché la Bce ha un atteggiamento ancora fortemente espansivo. Tuttavia, l'istituto guidato da Draghi non esclude che si possa andare verso un'altra direzione, qualora necessario, pur confermando che non è stato oggetto di discussione un possibile restringimento delle condizioni monetarie.
Certo è che la Bce è entrata in una modalità in cui si trova a dosare con molta attenzione l'entità eventuale e aggiuntiva dello stimolo monetario e sta monitorando l'andamento dell'inflazione, una variabile determinante che potrebbe far cambiare in futuro la politica monetaria.
L'inflazione in area Euro sta migliorando grazie alla ripresa delle materie prime, tuttavia Francoforte sta puntando l'attenzione sull'inflazione core, ovvero al netto delle componenti più volatili come energia e materie prime alimentari, che è legata alla dinamica dei salari e per questo viene monitorata. In questo senso, la Bce nota ancora una certa debolezza o lontananza rispetto ai target prefissati. Nel momento in cui questa componente si rafforzerà potremo vedere elementi più concreti di cambiamento. Ad oggi, i mercati, in base alle indicazioni che hanno a disposizione, si aspettano che un possibile primo rialzo dei tassi da parte della Bce possa avvenire verso la seconda metà del 2019.
Bisogna fare cenno anche ai rischi che, come nel 2016, riguardano la politica. I prossimi appuntamenti elettorali in Francia e Germania non dovrebbero riservare sorprese e, quindi, la stabilità politica dell'area euro sembrerebbe destinata a non essere intaccata.

Un'altra fonte di preoccupazione riguarda la Brexit. Il primo ministro britannico, Theresa May, ha spiegato come si vada verso una "hard Brexit", con la Gran Bretagna che uscirà dal Mercato unico europeo. Tuttavia, come abbiamo visto negli ultimi mesi del 2016, l'evento sembrerebbe impattare direttamente le prospettive di crescita del solo Regno Unito e, quindi, non rappresenterebbe un rischio sistemico.
Alla luce di questo quadro, quindi, la view di Anima è di privilegiare la classe azionaria a scapito di quella obbligazionaria. La volatilità data dall'incertezza riguardo le prossime mosse delle banche centrali può essere considerata come opportunità di ingresso, o di aumento dell'esposizione, all'interno del mondo azionario.
Occorrerà, comunque, continuare a monitorare con attenzione le implicazioni sulle aspettative di inflazione e sulle conseguenti politiche delle banche centrali oltre che su eventuali possibili rotazioni settoriali conseguenti.
 



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