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   numero di 20/05/2015
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Bottillo (Natixis): aspettative e rischio devono essere ben chiari

Occorre uno sforzo di comunicazione per mettere in condizione l'investitore ad avere maggiore consapevolezza sulla fattibilità delle cose. Ottenere rendimenti nel 2015 sarà molto più difficile che in passato. Se ne parlerà a ITForum

Avere il cliente come benchmark non è una promessa da poco. Il suo grado di soddisfazione può essere decisamente variabile, se non supportato da adeguate informazioni. In un momento in cui è profondo il gap tra aspetattive e rischio, gli investitori devono comprendere il valore delle strategie alternative. Ne abbiamo parlato con Antonio Bottillo, Country Head ed Executive Managing Director per l'Italia di Natixis Global Asset Management.

Partiamo dalla vostra recente ricerca sugli investitori privati. Che cosa caratterizza, in questo momento storico, il sentiment a livello internazionale?

La caratterizzazione può essere riassunta, per certi aspettti, in un generalizzato ottimismo. Questo viene da una situazione di mercato: viviamo ancora nell'ambito di una certa crisi, ma è vero che i mercati hanno dato. I rendimenti ci sono stati, magari non tutti sono stati in grado di inseguirli o riceverli, ma un certo ottimismo esiste. Basti pensare che nel 2014 l'azionario americano, e non solo (Spagna, Italia e altri Paesi), ha reso cifre interessanti, in doppia cifra. Quindi l'investitore in modo generalizzato è ottimista e si aspetta che le cose vadano in questa direzione per il 2015 e, soprattutto, per gli anni a venire. Nel caso specifico, il 2015 pare sia stato indicato come l'anno in cui le borse - guarda caso come in un aspetto di riflesso - vadano in questa direzione. Dall'altro lato, dalla ricerca emerge una sorta di contrasto, in cui pare ci sia una sorta di avversione al rischio. C'è quindi un gap da colmare tra questa aspettativa di rendimento molto pronunciata e quella che invece è la consapevolezza o la percezione dei rischi che si dovrebbero correre per poter raggiungere questo obiettivo.
La survey è stata condotta a livello internazionale in 17 Paesi, con 7mila intervistati, di cui 500 italiani, con un patrimonio minimo a livello globale di 184 mila euro, tra gennaio e febbraio 2015. (arrivata alla quarta edizione e condotta da CoreData e con cui Natixis cerca di avere una percezione su quelli che sono gli interessi e le necessità degli individui-investitori)

E in che cosa si differenziano gli italiani?

L'investitore italiano risulta in differenziazione, per certi aspetti, in alcuni elementi. Uno di questi, per esempio, è la percezione della necessità di doversi occupare in modo sempre più individuale, a livello personale, rispetto a quanto non accadesse prima, di potersi garantire un sistema di vita dignitoso, nel momento in cui si lascia il mondo del lavoro. Questa percezione di dover pianificare una certa condizione economica è più elevata che in altri contesti, il 43% degli intervistati rispetto al 36% a livello globale. Questo dato è confortato dal fatto che il 71% degli italiani (rispetto al 69% globale) dichiara che uno degli obiettivi a livello di investimenti è proprio relativo alla vita post lavorativa.
Questo, a mio giudizio, è un qualcosa che va nella giusta direzione, non soltanto dal punto di vista dell'investore e dell'industria del risparmio gestito, ma perchè mette finalmente al centro l'individuo. Mi spiego meglio. Se è vero che esiste un gap tra le aspettative di rendimento e le necessarie consapevolezze di come saper interpretare i rischi nel portafoglio, allora per raggiungere questi obiettivi c'è da operare con la tecnica di gestione.
Un altro dato della survey che emerge riguarda la domanda su quanto rendimento si pensa di aver bisogno per raggiungere i propri obiettivi: a livello internazionale si attesta al 9,7% al netto dell'inflazione (si va dal 12,2% della Colombia all'8% di Germania e Svizzera) mentre per gli italiani è il 9,1%. Contemporaneamente, solo il 52% degli italiani si è dichiarato disponibile ad assumersi ulteriori rischi rispetto al 2014. Evidentemente non si comprende appieno il sistema in cui si vive: c'è l'intervento delle banche centrali che tengono i tassi molto bassi, con rendimenti in alcuni casi negativi, limitando il concetto di "rendita" molto caro agli italiani.
Da questa condizione strutturale si esce, a nostro avviso, trasmettendo cultura e aiutando gli investitori ad avere una maggiore consapevolezza nella costruzione dei propri portafogli.

Come colmare il gap tra aspettative e rischio?

La cultura è un elemento importante: deve mettere in condizione l'investitore di percepire e avere maggiore consapevolezza sulla fattibilità delle cose. Non si può "avere la botte piena e la moglie ubriaca", come diciamo in Italia, ma bisogna iniziare ad entrare nello specifico. Adesso non basta più, come fino a poco tempo fa, avere delle gestioni con due ingredienti principali: obbligazioni e azioni; in rapporto tra di loro diverso a seconda dei casi, ma con rendimenti che andavano dal 4% fino al 6% e oltre. Oggi è tutto cambiato e c'è necessità di procedere a una diversificazione reale e che sia sostenibile, che è uno dei grandi insegnamenti che la crisi ci ha portato. Ovviamente, in momenti particolari, le correlazioni tra le diverse asset class tendono ad avere un comportamento uguale.
Dal nostro punto di vista una diversificazione sostenibile non si ottiene solamente attraverso l'utilizzo di diverse asset class o di diverse aree geografiche, ma anche attraverso differenti strategie di investimento. E qui entra in gioco uno degli elementi di maggiore attualità: le strategie alternative. Queste consentono una diversificazione più sostenibile e al tempo stesso di pensare anche ad una ottimizzazione e ad un contenimento della volatilità.
Tutto ciò necessariamente richiede una condizione di maggiore comunicazione e divulgazione. Credo che questo sia un momento storico, ontologico, dove vedo chiamato in causa il mondo della consulenza in generale, in modo molto consistente - tutti si stanno organizzando in quest'ambito, ed è un bene - cui compete questa trasmissione di informazioni e cultura nei confronti degli investitori diretti. A noi come industria, compete senza dubbio l'avvicinamento ai due processi della fase di investimento, e lo dobbiamo fare investendo in innovazione, fornendo le informazioni giuste e necessarie con la massima trasparenza, e dobbiamo considerare che le offerte di prodotti che fin ad oggi hanno funzionato possono esser messe in discussione.
Questo comporta una necessaria rinuncia a quelli che possono essere tutti i tentativi di standardizzazione, di creazione di prodotti che risiedano come idea nel particolare o specifico momento del ciclo economico o perchè qualche asset class va di moda secondo qualche pensiero. Proprio perchè l'individuo-persona viene preso come riferimento, bisogna cercare di interpretare le cose un po' più verso questa direzione. Le esigenze non sono comuni a tutti. Occorre quindi possibilmente prevedere una pianificazione ad hoc, che abbia un orizzonte temporale sufficiente, tale per cui l'investitore abbia davanti a se un programma conguo con quello che possa essere il suo percorso di vita, durante il quale potrà aver bisogno di far fornte a determinate esigenze (la scolarizzazione dei figli, il mutuo per la casa, il finanziamento per una attività imprenditoriale, ecc., fino alla pensione). Occorre quindi cambiare il benchmark fin qui utilizzato da noi addetti ai lavori per misurarci - gli indici di mercato - e avere il cliente stesso come benchmark. Solo così si potrà misurare l'indice di soddisfazione degli obiettivi del cliente. Questo è l'orientamento necessario e doveroso: la condizione del mercato presenta questa opportunità. Sono molto fiducioso che venga colta da tutti coloro che operano in questo contesto.

Natixis GM ha dentro di sè ben 26 società specializzate. Questo vi consente di avere una visione panoramica di ogni segmento del mercato...

Il nostro modello di business è comopsto da una pluralità di "affiliate". Questo ci consente di avere più tipologie di input, visto che ognuna di queste società è indipendente dal punto di vista dell'attività gestoria. Oggi si parla molto di Multi asset, e io ritengo che il nostro modello, in modo naturale, metta in questo modo a disposizione del cliente una opportunità di investire in una pluralità di asset class. Le informazioni arrivano a noi in modo compiuto, strutturale e indipendente, e questo ci mette in condizioni di poter trasmettere comunicazioni ad una velocità maggiore rispetto a qualcun altro.

E come si traduce nella vostra offerta?

Abbiamo sviluppato già da qualche anno, nell'ottica di un tentativo di costruire portafogli più robusti, prodotti con una maggiore capacità di resistenza alle situazioni di mercato "estreme", come gli aumenti della volatilità che abbiamo visto recentemente sul mercato USA. Attenzione: la volatilità non è un male di per sè, può anche essere una opportunità, ma bisogna saperla affrontare.
Abbiamo sviluppato quello che noi chiamiamo la filosofia del Durable Portfolio Construction, che studia questi fenomeni e che abbiamo portato sul mercato italiano. Questa prevede due principi cardine: il primo è il rischio come punto centrale nella costruzione del portafoglio. Oggi la ricerca forsennata del rendimento, che ormai fa parte della nostra vita quotidiana, fa percepire il rischio come qualcosa di secondario, e questo dal nostro punto di vista è molto pericoloso. Guarda caso va ad avere relazione con il gap tra consapevolezza del rischio e aspettative.
Il secondo principio verte sulla diversificazione sostenibile attraverso lo studio di gestione. Con un utilizzo migliore di quelle che sono le asset class tradizionali, da cui non si può prescindere. Oggi esistono, per esempio, tecniche di gestione più flessibili o una serie di possibilità sul mercato, più distaccate dai classici indici di mercato, con una maggiore libertà di movimento e che possano approfittare poichè meno legate ai perimetri fin qui supportati. Oppure lo sviluppo di nuovi indici che sono ultimamente ricorrenti. Sono tecniche che il mercato offre e che ovviamente bisogna anche qui comunicare, dare gli elementi, effettuare ragionamenti, e far comprendere al cliente come le cose si evolvono in base a un piano specifico.

Uno degli ulteriori capisaldi per abbassare la volatilità, dal nostro punto di vista - oltre alle strategie alternative - è la coerenza. Per noi significa innanzitutto avere uno scenario per creare un portafoglio, senza il quale non si può investire. Lo scenario è una base per creare lo sviluppo di una pianificazione, quello su cui si calcola il rischio massimo da poter correre. E poi ci vuole coerenza nel mantenere questo scenario se rimane confermato, e quindi avere la capacità di reagire meno evìmotivamente nel corso della vita dell'investimento, cosa cui l'investitore difficilmente riuscirebbe a fare. Quindi, meno fai-da-te più gestione, e ruolo fondamentale della consulenza e degli intermediari. É quello che il mercato sta esprimendo.

La vostra survey verrà presentata all'ITForum di Rimini. Sarà un momento di confronto?

La ricerca parla dei comportamenti degli investitori a livello individuale e ci da l'occasione di sviluppare un dibattito in un contesto come quello dell'ITForum, che vedo in grande attività e di trasformazione. Si cerca sempre di più il contesto di una discussione aperta sulle necessità dell'investitore. Mi piace pensare ad eventi che mettano gli investitori nella condizione di poter tentare di avere un dialogo, di poter esprimere anche atteggiamenti di criticità. Inoltre, so che a Rimini si sta sviluppando una ulteriore survey su coloro che parteciperanno, organizzata da ITForum. Questo meccanismo di ascoltare l'individuo e l'investore è un qualcosa che va nella direzione giusta, cosa che mette se non altro l'industria del risparmio gestito - che ha sempre seguito la logica del prodotto, peraltro andata bene - nella condizione di pensare a soluzioni. Perchè l'individuo ha necessità diverse, l'uno dall'altro. Ecco perchè occorre ascoltarlo.
 



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