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   numero di 12/11/2014
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De Bernardis (Cerved): Solo le riforme consentiranno alle PMI di crescere

Allarmanti i risultati della prima analisi sullo stato di salute delle PMI italiane. Fuori dal mercato un quinto delle aziende attive nel 2007. Rispetto all'inizio della crisi, le sopravvissute hanno perso il 31% di MOL. Sofferenze bancarie al 2,9% nel 2013

Non sono certamente entusiasmanti i dati e le tendenze che emergono dal primo Rapporto PMI, un'analisi dettagliata della situazione economico-finanziaria e del rischio di credito di queste aziende. Colpa sicuramente della crisi, ma anche di una serie di fattori culturali e istituzionali che caratterizzano il nostro Paese. Ne abbiamo parlato con Gianandrea De Bernardis, Amministratore Delegato di Cerved Group.

 

Come mai un Rapporto Cerved sulle PMI?

 

Le PMI in Italia, sia da punto di vista numerico sia di valori, sono la principale ricchezza del nostro tessuto economico. E anche perchè sono state maggiormente colpite dalla crisi in questi anni, che ha lasciato ferite indelebili. Ci sembrava quindi giusto parlarne, approfondire temi e creare maggiore conoscenza che ancora oggi è abbastanza limitata sul tema. Si tratta di circa 144mila società che nel complesso generano un giro di affari di 851 miliardi di euro, un valore aggiunto di 183 miliardi pari al 12% del Pil, e che hanno contratto debiti finanziari per 271 miliardi di euro. Parliamo di aziende con meno di 250 addetti e un fatturato inferiore a 50 milioni di euro (o un totale attivo inferiore a 43 milioni di euro), che non ricadono nella definizione di microimprese.

 

Caduta della domanda e credit crunch: è la tempesta perfetta che si è abbattuta sulle PMI?

 

É stato sicuramente il binomio che ha dato il colpo di grazia alle PMI che erano già in difficoltà. Soprattutto quelle maggiormente esposte alla nostra domanda interna e che quindi non hanno potuto avvantaggiarsi dell'export, che in questi anni è cresciuto. Oltre a queste, le imprese maggiormente esposte ai debiti finanziari che in Italia, per oltre il 98% sono stati crediti bancari. Le banche, come sappiamo, hanno avuto difficoltà strutturali negli ultimi anni a rinnovare i crediti, per cui c'è stata una restrizione. E oltre ai problemi in termini economici delle PMI si sono aggiunti anche problemi di liquidità. E questo ha dato quello che ho definito, il colpo di grazia.
Abbiamo visto che il numero di uscite di aziende che non erano più profittevoli o in difficoltà finanziarie è stato altissimo rispetto agli anni precedenti, ma anche di imprese in liquidazioni volontarie che hanno deciso che operare in Italia con margini così bassi, risultava veramente difficile. Se si paragona la profittabilità delle aziende oggi, il Margine Operativo Lordo (MOL), con quella delle stesse aziende nell'insieme delle PMI del 2007, si nota che è diminuita del 25% in termini reali per le medie imprese e ben del 37,5% per le piccole. É una tempesta perfetta.

 

 

Un problema solo italiano o che ha colpito l'Italia più del resto d'Europa?

 

Non è certamente solo nazionale. Ma ci sono alcune caratteristiche del nostro Paese che lo hanno aggravato. Intanto, se andiamo a vedere la recessione, l'Italia è quella che ha subìto maggiormente - anche in termini di macrovariabili, come l'andamento del PIL - ciò che sta accadendo. Ha avuto la performance peggiore: assumendo come 100 il PIL del 2007, oggi registriamo una diminuzione di circa il 10%. Poi abbiamo una struttura in cui le PMI, che sono più deboli nei confronti una crisi perdurata così a lungo, hanno subìto e sofferto maggiormente. E, terzo punto, un sistema economico fortemente dipendente dal debito bancario. É molto difficile oggi attingere a nuove fonti di finanziamento. Io credo che sia necessario operare dando maggior trasparenza al mercato, cercando di avvicinare le PMI ai mercati dei capitali alternativi, che non sono quelli bancari.     

 

Quali sono state, secondo lo studio Cerved, le maggiori conseguenze? Chi è riuscito a sopravvivere (e come)?

 

Sono riuscite a sopravvivere le aziende che avevano i conti a posto dal punto di vista economico prima della crisi. Quelle che avevano una situazione patrimonaile e finanziaria molto solida.  E anche quelle che hanno avuto la fortuna di operare in quei settori che hanno subito meno l'impatto della crisi. Per esempio, il settore delle costruzioni è quello che ha sofferto e continua a soffrire maggiormente; per cui anche aziende che originariamente erano solide, sono uscite dal mercato per via della crisi. Poi, per dare un barlume di speranza, devo dire che ci sono una serie di aziende - ne abbiamo identificate oltre tremilaquattrocento - che abbiamo definito "gazzelle" che sono state in grado di performare molto bene e con caratteristiche molto eterogenee, perchè appartengono a settori molto diversificati, così come per aree geografiche. Anche se devo dire che al Sud, considerando il numero di imprese sul territorio, l'incidenza di queste "gazzelle" è superiore. Si tratta di aziende comunque giovani, che hanno un progetto industriale serio e che trovano anche fonti di finanziamento alternative. Quindi, qualche speranza c'è, anche se devo affermare che il numero di PMI in Italia in questi anni è sensibilmente diminuito. Oggi siamo a circa 144mila, ma considerando nel tempo nuovi ingressi e uscite (per vari motivi), il saldo è di oltre 6mila aziende in meno dal 2007.

 

Di queste 6mila mancanti, quante in realtà hanno delocalizzato?

 

Effettivamente, tra le liquidazione volontarie sicuramente ci sono stati imprenditori che hanno deciso di andare ad operare in Paesi in cui il contesto economico e burocratico li agevolava maggiormente. Devo però osservare che c'è un dato interessante: la riforma Monti ha snellito le procedure per la creazione di Srl semplificate, che ha consentito di dare un "boost" alla natalità di nuove aziende. Un piccolo contributo. Però devo dire che le riforme, quando siamo in grado di operarle, di solito danno buoni risultati. Occorre riuscire a semplificare dal punto di vista burocratico per ottenenere risultati migliori rispetto a quelli attuali. Noi siamo un Paese in cui fare industria è molto, molto difficile.       

 

Quanto pesa la sottocapitalizzazione delle nostre PMI e la dipendenza dal sistema bancario?

 

In realtà, se si guardano i dati più recenti, le nostre imprese sono più capitalizzate di prima. Si è discusso tantissimo della sottocapitalizzazione delle imprese italiane. Negli ultimi anni gli imprenditori per far fronte alla crisi hanno ricapitalizzato, per cui oggi siamo in una situazione accettabile. Quello che non è accettabile è che abbiamo una importantissima incidenza di credito bancario, il 98% delle fonti di finanziamento, e quello che risulta preoccupante è che a causa della dimunuzione della profittabilità, l'incidenza delle fonti finanziarie (debiti) sul MOL è arrivata a numeri elevatissimi, intorno a quattro volte l'EBTDA. Questi sono numeri che definisco, scherzosamente, ma in modo preoccupato, da leverage buyout. Abbiamo un sistema economico indebitato in misura molto forte, con una leva molto alta.  

 

I mini-bond sono una delle fonti di autofinanziamento che sta crescendo e si sta affermando. Come li vede in prospettiva?

 

Sono sicuramente un'alternativa, molto interessante. Ma occorre dire la verità: non stanno decollando. Stanno partendo lentamente. É necessario che le PMI si avvicinino maggiormente al mercato dei capitali ed è altrettanto necessario che ci sia una maggior conoscenza da parte ovviamente del sistema finanziario di queste imprese, che si costruiscano le infrastrutture. Ma, realisticamente, c'è anche una soglia minima: minibond sotto i 5 milioni di euro sono, a mio parere, ingiustificati. Penso che i costi per emetterli non giustifichino l'importo. É comunque un'alteranativa reale. Bisogna lavorare tutti, come sistema, per consentire agli imprenditori di avvicinarsi e fare agevolmente queste emissioni, laddove ovviamente ci sia un progetto industriale importante. Per esempio, sono già stati creati in Italia una trentina di fondi interessati e questo è un importante tassello, ma non basta. Occorre creare infrastrutture e processi. Noi come CERVED ci stiamo impegnando intensamente. Abbiamo creato una Credit Rating Agency che ha emesso una serie di rating pubblici, in molti casi orientati a una serie di minibond. In tanti altri casi, e la cosa mi fa piacere, l'azienda voleva avere un certificato ufficiale e riconosciuto a livello europeo dall'ESMA che attestasse la propria solidità, la capacità di far fronte agli impegni. E sono stati utilizzati anche per scopi commerciali o di marketing, per farsi conoscere meglio all'estero da altre imprese o andare a negoziare con le banche la propria posizione creditizia. É questo il passaggio culturale. Un imprenditore che ci chiama, banalizzando, per avere una "pagella" sul proprio operato è un soggetto di già più aperte vedute rispetto al passato. 

 

Quali, secondo Cerved, le prospettive future per le PMI? Come si esce dalla crisi?

 

É inutile raccontarci storie o peccare di eccessivo ottimismo: le prospettive sono dure. Però ci sono. Ovviamente, se andiamo a considerare la crescita prevista dalle fonti ufficiali del nostro PIL per i 4-5 prossimi anni, vediamo che sarà moderata e che rimarremo molto distanti dai MOL del 2007. La distanza sarà importante, nell'ordine di oltre il 20%. Ci dobbiamo aspettare sicuramente una crescita, anche se moderata. Ma l'importante è che la crescita ci sia, perchè è fondamentale dare un segnale di ottimismo. Però non dobbiamo illuderci, perchè la crescita sarà faticosa e lenta, e passa necessariamente attraverso le rifome. Se non ristrutturiamo il sistema che circonda le PMI e il nostro tessuto economico, sarà difficile andare a confrontarsi con gli altri player all'esterno dell'Italia e competere con loro. Per esempio, nel rapporto è evidenziato come a fronte di una una importantissima diminizione del fatturato e della profittabilità, il costo del lavoro per addetto è aumentato in misura esagerata, in doppia cifra, dal 2007. Per cui dobbiamo pensarci, perchè i numeri da leggere sono chiarissimi. Questo per me è assolutamente un must e spero che questo governo e quelli futuri si impegnino intensamente su questo.

 



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