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   numero di 14/05/2014
Fare Business

Blue economy: nonostante la crisi, crescono imprese e occupazione
Dardanello (Unioncamere): L’economia del mare è una risorsa che genera ricchezza, occupazione e innovazione secondo un modello collaborativo e sostenibile

Nonostante la crisi, nel periodo 2009-2013 l’economia del mare ha dato segni importanti di tenuta, sia sotto il profilo occupazionale sia sotto quello imprenditoriale. Sul fronte del lavoro, il comparto si è addirittura mosso in controtendenza rispetto al resto dell’economia: a fronte della perdita totale nel periodo di 691.200 posti di lavoro (-2,9%), l’economia del mare ha fatto segnare un incremento stimato di 24.300 unità (+3,1%), con un notevole impulso derivante dalle attività di ricerca e tutela ambientale assieme alla componente turistica. Sul fronte delle imprese, invece, nel triennio 2011-2013 il tessuto imprenditoriale (costituito da circa 180mila imprese) è aumentato di 3.500 unità, corrispondenti al +2%, ancora una volta in controtendenza rispetto -0,9% del resto dell’economia. Insomma, la “Blue economy” sembra avere una marcia in più rispetto agli altri comparti dell’economia tricolore. Un dinamismo che si traduce in un apporto del mare al valore aggiunto prodotto dal Paese pari a 41,5 miliardi di euro che, grazie all’effetto moltiplicatore del comparto, diventano 120 se si considera anche l’indotto.
Questi i dati più significativi del 3° Rapporto Unioncamere sull’economia del mare presentato a Gaeta, nell’ambito dei III Stati generali delle Camere di commercio dedicati al settore.
“L’economia del mare – ha detto il presidente di Unioncamere, Ferruccio Dardanello – è una risorsa che genera ricchezza, occupazione e innovazione secondo un modello collaborativo e sostenibile. Il mare unisce settori e tradizioni diverse in un tessuto imprenditoriale diffuso che può essere una leva straordinaria per il rilancio dell’Italia. Con gli Stati generali, le Camere di commercio hanno individuato uno strumento di confronto concreto e continuo tra tutti i portatori di interessi di questo grande comparto. Nell’ultimo anno abbiamo avviato iniziative-pilota in due direzioni: per semplificare gli adempimenti per le imprese, mettendo a disposizione il know-how del sistema camerale, e per rilanciare il sistema degli approdi turistici, attraverso la certificazione della qualità dei servizi. Il bilancio è fin qui positivo – ha concluso il presidente di Unioncamere – e da oggi rilanciamo l’impegno del sistema camerale per sviluppare nuove linee di azione, come lo sviluppo delle competenze del mare e la maggiore interoperabilità dei nodi della logistica, per favorire un migliore accesso alle città e ai territori”.



I quasi 800mila lavoratori impiegati nell'economia del mare rappresentano il 3,3% dell'occupazione del Paese




Il ruolo del mare nell’economia italiana: valore aggiunto e occupazione

Nel 2013, il contributo al valore aggiunto prodotto nel nostro Paese dalle filiere riconducibili all’economia del mare, ha raggiunto il valore di 41,5 miliardi di euro (in termini nominali) con un’incidenza sul totale del 3%: quasi il doppio di quanto prodotto dal comparto del tessile, abbigliamento e pelli (quasi 22 miliardi) o più del doppio telecomunicazioni (poco meno di 19 miliardi), e il triplo di quello del legno, carta ed editoria (12,5 miliardi). Una quota significativa (il 31% del totale, corrispondente a quasi 13 miliardi), si deve ai settori più tradizionali: prima di tutti quelli della cantieristica e dei trasporti di merci e persone (con un’incidenza tra il 14 e il 17% ciascuno, tra i 6 e i 7 miliardi), seguiti da quelli della filiera ittica e dell’industria estrattiva marina (intorno al 6-7% ciascuno, pari a 2-3 miliardi).
Più di un terzo (oltre 15 miliardi di euro), si riferisce alle attività legate al turismo marino – sommando le attività di alloggio e ristorazione a quelle sportive e ricreative lungo i territori costieri - cui si deve il 37% del valore aggiunto complessivamente prodotto dall’economia del mare; a distanza segue un segmento del cosiddetto “terziario avanzato” - rappresentato dalla ricerca, regolamentazione e tutela ambientale - che contribuisce a quasi un quinto della ricchezza prodotta complessivamente dal sistema economico legato al mare (18% ovvero più di 7 miliardi di euro); un dato che evidenzia le potenzialità di questa fetta del nostro sistema produttivo in termini di innovazione e contributo alla salvaguardia del patrimonio naturale.
Dal punto di vista occupazionale, i quasi 800mila lavoratori impiegati nell’economia del mare rappresentano il 3,3% dell’occupazione complessiva del Paese, superiore di quasi 240mila unità a quella dell'intero settore formato dalla chimica, farmaceutica, gomma, materie plastiche e minerali non metalliferi (571mila occupati; 2,4% del totale economia), e 180mila in più rispetto a quella dei servizi finanziari e assicurativi (poco meno di 630mila unità, pari al 2,6% degli occupati totali).
All’interno dell’economia del mare, gli occupati si distribuiscono tra i settori in modo del tutto simile al valore aggiunto, con una forte incidenza delle attività ricettive e della ristorazione, visto che spiegano più di un terzo dell’occupazione complessiva nel’economia del mare (37%, pari a quasi 300mila lavoratori, una parte consistente dei quali a carattere stagionale); seguono, per dimensione occupazionale, la cantieristica (17%, poco più di 135 mila occupati), la filiera ittica (12%, più di 93mila occupati) e le attività sportive e ricreative (8% pari a poco più di 63mila occupati).
La forte connotazione marina delle regioni meridionali fa sì che l’economia del mare italiana si concentri prevalentemente proprio nel Centro-Sud (60% del valore aggiunto e 64% in termini di occupati), grazie soprattutto alla centralità che assume in alcune regioni come il Lazio, la Sicilia, la Campania e la Puglia (insieme, queste quattro regioni coprono circa il 40% del valore aggiunto dell’economia marina nazionale e il 43% degli occupati generati dal comparto).
Al Nord sono invece tre le regioni trainanti – la Liguria su tutte, seguita dall’Emilia-Romagna e dalla Lombardia – che insieme assorbono all’incirca un quarto di ricchezza e di occupazione ascrivibile alle attività connesse al mare (rispettivamente 26 e 23% del totale nazionale). In termini di sviluppo territoriale, i dati mostrano come tra le regioni solo in Liguria il valore aggiunto prodotto dell’economia del mare incida per oltre il 10% sull’economia regionale (l’11,5%). Tra le province, l’incidenza maggiore si riscontra a Livorno, dove il 15,9% del valore aggiunto del territorio è dovuto all’economia del mare.


La capacità di attivazione sul resto dell’economia: il "moltiplicatore" del mare

L’economia del mare, tuttavia, non esaurisce i suoi effetti nelle attività che rientrano direttamente nel perimetro dei settori che la definiscono. Tra le sue caratteristiche c’è infatti quella di essere in grado di attivare indirettamente, a monte e a valle della filiera, ulteriori effetti sul sistema economico, a conferma della sua importanza strategica soprattutto in chiave di rilancio del Paese. Basti pensare che per ogni euro prodotto da questo settore se ne attivano altri 1,9 nel resto dell’economia.
In valori assoluti questo significa che, ai 41,5 miliardi di valore aggiunto prodotti (sempre in termini nominali) dalle attività direttamente legate al mare nel 2013 hanno fatto riscontro altri 77,4 miliardi di euro attivati nel resto dell’economia. Come dire che, nel periodo preso a riferimento, l’intera filiera ha generato 118,9 miliardi di euro di valore aggiunto, pari all’8,5% dell’economia complessiva.
 



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