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   numero di 09/04/2014
Idee e opinioni

La tempesta perfetta
Caputo Nassetti: Considerazioni sul sistema bancario nazionale e sulla crisi economica

Lo stato di salute delle banche italiane è – al di là dei numeri ufficiali - più debole rispetto a 6 anni fa. Si paga oggi il mancato intervento dello Stato a supporto del capitale delle banche che ha costretto il sistema a contenere gli impieghi causando un credit crunch di proporzioni mai viste in precedenza.
Basti pensare che gli altri Paesi sono intervenuti massicciamente nel capitale delle banche immettendo enormi liquidità nel sistema. La lista che segue offre in maniera tangibile l'entità degli interventi statali a partire dal 2008 (gli importi comprendono anche i valori delle garanzie prestate e sono espressi in miliardi di euro): solo la Grecia, in stato fallimentare, ha fatto meno dell'Italia. Statti Uniti 2.330, Regno Unito 1.148, Germania 418, Belgio 196, Irlanda 159, Olanda 144, Francia 128, Svizzera 45, Danimarca 40, Austria 33, Spagna 19, Lussemburgo 10 e Italia 8.
Simultaneamente i mercati azionari ed obbligazionari si sono chiusi per le banche eliminando una possibile via di raccolta di capitale di rischio e di debito necessario per finanziare la crescita. Inoltre, a partire dall'agosto 2007 è venuto meno anche il mercato interbancario che fino a quella data era estremamente liquido e nel quale una qualsiasi grande banca italiana poteva raccogliere in un paio di ore 1 miliardo di euro senza difficoltà.
Questo mercato oggi non esiste più e difficilmente tornerà ad esistere in quanto la banca centrale funge da mercato interbancario privo di rischi. Infatti, le banche che necessitano di raccolta effettuano le cosiddette autocartolarizzazioni finalizzate a trasformare in titoli i propri impieghi che vengono utilizzati presso la banca centrale come collaterale per raccogliere denaro. Le banche che hanno eccesso di raccolta rispetto ai loro impieghi depositano presso la banca centrale la propria liquidità che un tempo circolava nel mercato interbancario.
L'impiego della liquidità presso la banca centrale non assorbe patrimonio e non comporta rischi di credito a differenza del mercato interbancario. Sembra, pertanto, difficile che si possa tornare indietro e ripristinare la liquidità di un tempo.
La mancanza di iniezioni di capitale da parte del settore pubblico insieme all'impossibilità di accedere al mercato dei capitali, sia azionari che obbligazionari, e la sparizione del mercato interbancario ha fatto sì che la massa monetaria disponibile alle banche per gli impieghi sia drammaticamente venuta meno.
La crisi finanziaria si è nel frattempo trasformata in crisi economica colpendo numerosi settori ed imprese. Ciò ha comportato una significativa lievitazione delle sofferenze, le quali a loro volta assorbono maggiore capitale regolamentare ed economico. Le banche si trovano come detto nella impossibilità di raccoglierlo e di crearlo con gli utili. Sono pertanto sono costrette a ridurre gli impieghi al fine di liberare capitale regolamentare. La riduzione degli impieghi è così pressante che a sua volta comporta il fallimento di imprese altrimenti sane che muoiono per mancanza di linee di credito per circolante pur essendo patrimonialmente robuste. Si assiste sempre più spesso all'inedito fenomeno di fallimenti con attivo fallimentare maggiore del passivo.

La crisi economica italiana

In passato le crisi hanno avuto durate decisamente più brevi e l'economia mondiale non era globalizzata, ovverossia le economie nazionali non erano interconnesse come lo sono oggi. Ciò significava che il mercato rimaneva in apnea per un limitato periodo e le imprese non perdevano la propria clientela. La combinazione di questi due elementi - durata della crisi e globalizzazione - comporta che le quote di mercato vengono prese da altri attori minando la sopravvivenza delle nostre aziende - anche quelle forti - che, superata l'apnea, non ritrovano la propria clientela acquisita da altri.
Esiste un generalizzato interesse a vederci in ginocchio per acquistare a prezzi stracciati le nostre aziende ed i nostri assets, infrastrutture, immobili, ecc... D'altronde è sempre stato così e il mondo occidentale è stato alla finestra delle grandi crisi dell'America latina e dell'Europa dell'est, aree nelle quali è pervasiva la presenza di multinazionali e banche occidentali, che comprarono a man bassa le imprese dei paesi in crisi a prezzi di liquidazione fallimentare. Ora la ruota pare invertirsi e sono i paesi una volta noti per l'iperinflazione e il debito astronomico ad avere la liquidità per comprarsi i gioielli occidentali. Russia, Cina, India, Paesi Arabi e Brasile in prima fila.
La crisi in Europa è più grave rispetto a quella degli USA, paese dal quale è partita. Il frazionamento politico europeo senz'altro non aiuta, ma c'è chi insinua che vi sia lo zampino degli americani quando hanno percepito che la moneta europea poteva essere un sostituto del dollaro come riserva valutaria. Gli americani hanno una imprescindibile necessità di vendere i propri titoli di stato agli stranieri che finanziano il cronico deficit del paese. Se tali capitali fossero massicciamente dirottati verso il continente europeo le conseguenze per gli Stati Uniti potrebbero essere assai pericolose.
Cosa c'è di meglio che una bella crisi in Europa che smorzi queste velleità? Ma forse è solo speculazione giornalistica.
La realtà è che il nostro paese ha problemi strutturali: siamo come una impresa con 2.000 miliardi di euro di debiti, un fatturato in diminuzione da 10 anni ed un conto economico in perdita da dieci anni. In simili condizioni qualsiasi azienda sarebbe fallita.
Fino a poco tempo fa nessuno se ne curava, poi all'improvviso il debito e la mancanza di crescita sono diventati il centro dell'attenzione fino a portare il differenziale tra i nostri titoli di stato a dieci anni rispetto a quelli tedeschi attorno al 7%, livello insostenibile nel medio periodo.
L'attenzione appare scemata soltanto quando nell'agosto del 2012 la BCE ha dichiarato di intervenire illimitatamente a sostegno degli stati membri. In pratica i mercati si sono calmati soltanto quando è intervenuto un potente garante che, potendo stampare moneta, è difficilmente battibile dalla speculazione. Ma non può essere una soluzione permanente e non cancella il nostro enorme debito. Prima o poi si pagano anche le commissioni di garanzia.

L'imperativo è ridurre il debito in maniera importante

Per fare ciò vi sono diversi modi: il primo virtuoso basato sulla crescita, che consente maggiori entrate, in contemporanea con una rigida disciplina nei costi. Purtroppo siamo ben lontani da questo possibile scenario: non vi è la capacità politica di ridurre i costi pubblici nè la forza di realizzare le importanti riforme strutturali presupposti per la crescita economica.
La seconda strada per ridurre il debito è una ristrutturazione profonda del bilancio dello Stato che comprenda una imposta pesante patrimoniale di 600 miliardi di euro. Le dimensioni sono tali da raffigurare una sorta di esproprio forzoso. Penso che gli italiani sarebbero anche disposti a dare una tantum il proprio sangue se questo servisse a salvare il paese e le generazioni future, ma soltanto nel caso in cui lo Stato sia stato in grado prima di chiudere l'emorragia della spesa pubblica corrente e abbia venduto partecipazioni in società quotate, immobili e beni pubblici.
Qualcuno potrebbe dire che 600 miliardi sono troppi. In realtà è meno di quanto gli italiani perderebbero in seguito ad una ristrutturazione (o default) del debito pubblico. Infatti, visto che oltre il 60% del debito pubblico è in mano a soggetti italiani e che la perdita si potrebbe agevolmente ritenere nell'ordine del 50% del valore nominale dei titoli, gli italiani perderebbero almeno 600 miliardi (cioè il 50% dei 1.200 miliardi di debito pubblico a loro mani) con l'aggravante che il nostro paese sarebbe escluso per un decennio o forse più da qualsiasi mercato internazionale dei capitali facendoci precipitare nella povertà.
La necessaria strada per un debitore pesantemente indebitato, che perde da oltre un decennio con un fatturato in calo è avere il coraggio di implementare tre cose:
a) interrompere l'emorragia della spesa pubblica corrente con un drastico taglio dei costi pubblici e dei costi della politica;
b) vendere massicciamente i beni pubblici non essenziali (includendo le partecipazioni statali in grandi imprese);
c) applicare una imposta patrimoniale una tantum di importanti dimensioni.
Il combinato disposto di queste tre manovre deve portare ad una riduzione di debito di 600 miliardi di euro. Con la riduzione sostanziale della spesa pubblica lo stato potrebbe ridurre le imposte al 14-15% scatenando una eccezionale ripresa economica, in maniera non dissimile da quanto è accaduto nel passato in altri paesi che hanno adottato tale strategia. La forte ripresa econpomica, oltre a farci ricuperare parte del prodotto nazionale perduto consentirebbe maggiori entrate fiscali e la creazione di posti di lavoro.

E' probabile, purtroppo, che non esista in Italia una forza politica capace di intraprendere una strada così in salita. Questo porta ad una terza opzione: la parziale rinuncia alla sovranità.
Se non saremo in grado di realizzare una delle due soluzioni sopra descritte, allora sarà l'Europa ad imporsi, così nessun politico italiano ne avrà la colpa e tutti si potranno lamentare di Bruxelles (o Berlino). Prima o poi il costo della garanzia offerta dalla BCE dovrà essere pagato e lo pagheremo con cessione di sovranità.
Una quarta via è quella che comporta l'uscita dell'Italia dall'euro. Tale soluzione rappresenterebbe di fatto una patrimoniale ben più pesante di quelle sopra descritte, ma appare anche, purtroppo, quella politicamente più digeribile in quanto non crea alcuna tassa. In tale scenario la nuova divisa si svaluterebbe pesantemente, svilendo il valore dei risparmi, dei beni immobili e dei redditi degli italiani che si troverebbero ben più poveri rispetto ad una patrimoniale autoimposta di 600 miliardi. I guadagni in competitività grazie alla svalutazione non sarebbero in grado di compensare le perdite patrimoniali.
L'unica cosa certa è che oggi viviamo in un limbo grazie alla garanzia della BCE, ma tale situazione non può durare in eterno. Il problema del nostro debito andrà affrontato e alla fine i debiti si pagano! O li paghiamo volontariamente vendendo i nostri beni pubblici, tagliando la spesa pubblica e tassando i cittadini con una patrimoniale importante oppure si affronta una procedura concorsuale. Seneca ci ricorda che fu proprio il greco Esiodo ad affermare che sera parsimonia in fundo est (tardi si risparmia quando si è agli sgoccioli).

Francesco Caputo Nassetti, avvocato e consulente d'azienda



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