Banche e Social Media: un binomio difficile?

Da una presentazione all’AbiLab qualche riflessione su un mercato sconfinato di informazione e aggregazione

“Promuovere effricienza e professionalità anche in ambiente bancario” questo è quanto propone Luca Miccoli di Reply.

Il social networking in banca è ancora nella fase dell’infanzia, sebbene si sia dimostrato come strumento importante per migliorare gli aspetti organizzativi e di sentment interno, più che di impattare sui processi produttivi. “In questi anni abbiamo sviluppato parecchi esempi di social network che funzionano nelle grandi imprese - ha proseguito Miccoli -, raggiungendo lo scopo principale che è quello di condividere le best practice all’interno delle imprese. Il fattore vincente è riuscire a costruire un legame diretto tra chi possiede i contenuti, il know how, e il resto delle imprese, rafforzando la cultura aziendale e la circolazione delle idee.

Per esempio, se si utilizza un social network per la gestione del bancomat o di una linea di credito complessa, si possono condividere le conoscenze, le esperienze, ma anche i valori importanti, quali la capacità di coinvolgere attivamente i manager e tutte le persone che operano quotidianamente sul campo”. Un aspetto interessante che riguarda i social network applicati alle banche è quello dell’irrazionalità. “I social network, per definizione, sono prodotti di ‘pancia’ - sottolineato Miccoli -, perché non è la razionalità a farla da padrona piuttosto le relazioni, e quindi si dimostrano formidabili prodotti per la comunicazione aziendale. Nei social network professionali si possono condividere le azioni e i pensieri in modo trasparente”. Le aree sono principalmente due. Utilizzare i social network per generare nuove idee o usarli per implementare nuove idee. “Il trucco è saper miscelare con sapienza la parte razionale delle persone e quella emotiva - ha proseguito Miccoli - al fine di liberare il potenziale del personale dell’azienda. Un elemento vincente è la possibilità di mettere in circolazione il know how accumulato negli anni che normalmente viene perso in larga parte quando la persona cambia funzione. Con i social network, grazie al contributo attivo degli utenti, chi si è occupato di un determinato argomento, può dimostrasi ancora un ‘esperto’ e partecipare alle conversazioni con i colleghi anche se ha cambiato sede o si occupa oggi di tutt’altro. Una rivalutazione importante delle conoscenze che sfrutta il concetto di visibilità e riconoscimento all’interno della struttura aziendale. Questo, inoltre, è un modo interessante per coinvolgere ancora in modo attivo persone che sono uscite dall’azienda per raggiungimento della pensione che dispongono realmente di un patrimonio di conoscenze che evidentemente è sempre andato perso e che invece con i social network si può recuperare”.
Ma come si può fare per coinvolgere le persone che lavorano in azienda a collaborare nei social network?

“Secondo la nostra esperienza - ha proseguito Miccoli - si deve far leva su cinque fattori: * l’egocentrismo delle persone, che spinge a intervenire nelle discussioni e quindi arricchirle e stimolarle;

* l’appartenenza a un gruppo;

* l’opportunità: per esempio alcuni social network si stanno affermando perché offrono la possibilità di cambiare lavoro;

* la passione, perché se un prodotto o un argomento appassiona si è naturalmente predisposti a provare a discuterne con gli altri;

*il content sharing, condividere valore e interessi con gli altri.

Non mancano i rischi derivanti dai social network. Va vinta la diffidenza verso un nuovo prodotto inserito nel contesto dell’azienda, ma poi è necessario valorizzare i valori reali e tralasciare le perdite di tempo. La visibilità è una causa scatenante per la partecipazione nei social network aziendali, ma non deve trasformarsi in competizione”. Conta moltissimo l’aspetto della competenza e della catalogazione dei contenuti, per cui è necessario un intervento diretto da parte dell’azienda. Soprattutto se si tratta di contenuti economico finanziari.




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