Come reagisce il manager alla crisi aziendale e alle difficoltà?

Esiste una differenza nella reazione alla crisi da parte dell’azienda e da parte del manager?
E’ ormai una situazione consolidata nel tempo che nei momenti di crisi le aziende tagliano i costi per eliminare, in prima battuta, la formazione per i propri dipendenti, la comunicazione, e riducano al minimo ogni attività di motivazione individuale, collettiva o per i propri clienti. E’ una situazione largamente vissuta che, di fatto, riduce il livello di cultura aziendale e produce certamente riduzioni di costi tra i più facili da implementare. Conseguentemente, assistiamo alla crisi di aziende di interi settori, che hanno fatto fortuna nei tempi di crescita del mercato e che oggi ne subiscono la contrazione. Nonostante ciò, il fatto positivo che emerge è il loro impegno a rinnovare l’offerta di prodotti e servizi. D’altro canto, se tutto ciò ottiene effetti immediati, la mancanza di formazione e incentivazione finiscono per danneggiare il processo di sviluppo aziendale a medio termine. Ma come reagisce il manager a questa politica aziendale? Innanzitutto, la sposa per la parte di sua competenza, per tagliare quello che può. Può accadere però uno strano fenomeno: spesso non vengono colti i segnali deboli che riguardano le cose di cui ci si occupa. Ci si dimentica di pensare a se stessi come soggetto/prodotto non solo dell’azienda ma come parte del mercato in cui opera.
Il paradosso è che il manager taglia i costi per se stesso e rinuncia anche lui alla sua formazione, alle sue forme di motivazione, e frequentemente aumenta il suo impegno dentro l’azienda in quantità di ore lavorate per sopperire ai ruoli che ha soppresso. Questo è necessario farlo ma, secondo me, oggi il manager deve sostituire i tagli che ha subito per la sua formazione per la sua comunicazione con investimenti personali da affiancare alla aumentata mole di lavoro in azienda. Questo per evitare di perdere il contatto con i bisogni del suo ruolo. E con le nuove situazioni di mercato, deve prestare più attenzione ai segnali deboli che arrivano dall’azienda sulla sua funzione, e non ridurre il già poco tempo che dedicava alle sue relazioni di business, proprio nel momento in cui è costretto ad aumentare il suo carico di lavoro. Bisogna sempre tener presente che la formazione e l’aggiornamento professionale, e la capacità di stabilire relazioni sono proprio le condizioni necessarie per affrontare la situazione in caso di interruzione del suo rapporto con l’azienda e per evitare di trovarsi completamente allo scoperto con il mondo esterno quando deve trovare una nuova situazione lavorativa.
Ma cosa deve fare il manager su questi due fronti? Innanzitutto, avere sempre chiare le sue competenze professionali e manageriali in rapporto alla situazione dei mercati e in particolare del suo settore. Quindi, se l’azienda taglia i suoi costi di formazione deve fare un piano personale, anche low-cost, degli elementi cose che ha bisogno per mantenere e ampliare le proprie competenze, che sono un suo patrimonio personale e non dipendono unicamente dall’azienda per la quale lavora. La formazione continua è un suo problema personale e lo deve affrontare superando la oggettiva limitazione dei costi e del tempo disponibile. Il costo di questa formazione è l’investimento che il manager fa su stesso, perchè ne ha bisogno per poter lavorare ancora a lungo senza pensare a futuri ammortizzatori sociali!
Se è un investimento, si possono trovare i fondi necessari. Così come si trovano e anche in misura diversa quando si ha il piacere di comprarsi il SUV o altri beni materiali. La formazione personale è un investimento immateriale che deve essere pianificato e portato avanti con determinazione. Obiettivamente, rispetto all’aspetto economico, trovo più complesso trovare il tempo fisico per frequentare attività di formazione esterna all’azienda. Trovare cinque giorni all’anno (l’ideale sarebbe otto-dieci giorni), per stare fuori dalla azienda sottoforma di “ferie”, lo considero una scelta praticabile anche perché poi i giorni di vacanza, se non consumati, non vengono più pagati dall’azienda.
L’altro aspetto sono le relazioni di business e le conoscenze personali: un manager, e in particolare un sales manager e di marketing, non può non curare un portafoglio di relazioni personali da costruire nel tempo, partendo dai suoi rapporti con alcuni fornitori e clienti “illuminati”, dalla partecipazione ad eventi e dalla adesione a una associazione di categoria come, per esempio, ADICO. Partecipare ad un evento può sembrare non essere interessante visto dal titolo e dai temi trattati; ma il manager spesso trascura che queste occasioni servono, se partecipa attivamente, a conoscere e contattare relatori, spesso responsabili di aziende, che è più facile incontrare in queste occasioni che presso la loro azienda con la richiesta di un appuntamento. Diamo atto alle associazioni che con pochi mezzi fanno un lavoro culturale e di raccordo molto impegnativo: è una forma di volontariato che impegnando il manager gli da delle risposte che forse in aziende non riesce ad avere sulla sua capacità di fare relazioni utili non solo per lui ma anche per l’azienda per la quale lavora. Nei momenti in cui si è occupati e quando si lavora 10 ore al giorno, per quello che è il lavoro della vita, avere la capacità organizzativa di ritagliarsi quattro/cinque ore al mese per conoscere meglio il mondo che ci circonda, io credo che sia un dovere per ogni manager che si rispetti. Anche in termini di opportunità.
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